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L’INDIPENDENTISMO VENETO MANCA DI UNA INTELLIGENCIJA

bruxelles catalogna

di ENZO TRENTIN –   Proveremo a spiegarci meglio partendo da alcune constatazioni su cui gli storici sono concordi.

Gli idealisti italiani del 1830 e del 1848 perseguono la rivoluzione repubblicana e l’abbattimento delle monarchie europee. Nascono i primi sconfitti delle rivoluzioni nazionali. Osserviamo, per esempio, la spedizione di Sapri (nelle nostre riminiscenze scolastiche: «Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti...») tentata da Carlo Pisacane e da un gruppo ristretto di mazziniani. Pisacane non era solo un rivoluzionario, era anche un uomo d’armi, considerato che – sia pure per fuga d’amore – aveva indossato la divisa della legione straniera francese, un corpo militare che è sempre stato d’élite.

Il 25 giugno 1857, a Genova, Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi sul piroscafo di linea «Cagliari», della Società Rubattino, diretto a Tunisi. La sera del 28 i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco descritto come opera di una banda di ergastolani, e delinquenti comuni evasi dall’isola di Ponza. Successivamente, il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

Passano solo tre anni, e nel 1860 un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, sbarca a Marsala.

Lo scopo della spedizione è capovolgere il governo borbonico. Le camice rosse sbarcano l’11 maggio, e grazie al consenso di larga parte della popolazione locale, si rafforzarono e muovono verso nord.

Com’è possibile che in un lasso di tempo di soli tre anni (del 1800, non del XXI secolo) si sia completamente capovolta la situazione? Ebbene, come dicevamo più sopra, gli storici sono concordi: mentre Pisacane (uomo d’armi come Garibaldi) rappresenta in vecchio modo di fare la rivoluzione; il nizzardo è un rivoluzionario “innovatore”. Analizziamo sommariamente perché.

Garibaldi è repubblicano, ma opera a favore della monarchia sabauda, perché comunque il suo ideale è l’unità d’Italia. Appoggia una casa reale di serie B, per usare un linguaggio sportivo. Pur imparentati con altre monarchie europee i Savoia non godono di grandi simpatie; tuttavia nelle cancellerie europee si chiude un occhio. Col silenzio assenso lasciano fare. Gli inglesi danno un appoggio limitato, anche se determinante: due fregate “coprono” lo sbarco dei garibaldini, e agiscono da deterrente alla reazione navale borbonica.

Trascuriamo – per semplificare – il fatto che molti generali borbonici vengono corrotti con denaro dall’intelligence, e osserviamo solo di sfuggita che nell’operazione c’è anche un famoso “comunicatore”: il 30 maggio sbarca in Sicilia, dal suo panfilo personale, lo scrittore francese Alexandre Dumas con armi e champagne. Inizia così l’analisi, la produzione, e la divulgazione in forma professionale di notizie che raccolte vengono classificate, valutate e correlate fra di loro, per essere utili alla divulgazione dell’Informazione a tutti gli altri organi che possano servire alla campagna di conquista. Nello stesso periodo (1861-64) Garibaldi incarica Dumas di fondare e dirigere il giornale garibaldino «L’Indipendente».

Insomma la rivoluzione garibaldina ebbe successo perché organizzata in forma “inedita”. Tant’è che con l’unità d’Italia Garibaldi sarà “ostracizzato” a Caprera. En passant, c’è un’altra constatazione da fare: poco meno d’un secolo dopo, il 10 luglio 1943, gli Alleati sbarcano sulle coste siciliane non senza prima avere ottenuto la collaborazione dei capi e dei picciotti della mafia.

Torniamo adesso all’indipendentismo veneto, e a quello dall’Italia in generale. Esso giustamente esalta quello scozzese, e catalano in particolare; ma ignora il contesto mondiale. Tralasciamo il fatto che gli indipendentismi non sono tutti uguali, e ciò che va bene per l’uno probabilmente non è utile per l’altro. La lezione catalana non sembra aver sortito alcun insegnamento.

Gli indipendentisti autoctoni continuano a rivendicare l’esercizio di questo o quel trattato internazionale, questa o quella legge nazionale che è la conseguenza dei trattati predetti; essi ignorano che i diritti che rivendicano non valgono nulla se chi detiene il potere non è disposto a riconoscerli. Valga una citazione, forse un po’ difficile, di Marcel Gauchet. Storico e filosofo della storia, una  delle poche grandi menti rimaste in un’Europa dove il pensiero non serve più. A 70 anni, Gauchet sembra cogliere bene il  “capolinea” in cui si è ficcata la civiltà europea, che angoscia e paralizza nel profondo. Nel senso di aver perso la strada. «La dinamica dei diritti individuali – dice – diventa la macchina per dissolvere la capacità collettiva di governarsi, detto altrimenti, della democrazia».

Prova ne sia l’esperienza catalana. Il governo spagnolo non ne ha tenuto conto, ed anzi ha reagito con le manganellate della Guardia Civil, ed il carcere per i leader indipendentisti, perché non esiste la giustizia ideale; ogni potere eroga la sua giustizia. E ciò rimanda alla mente quel prete spezzino che diceva: «ho incontrato la giustizia, era stanca, malandata, vestita male.» Filippo VI di Spagna, prima ha fatto il pesce in barile, e quando s’è deciso a parlare non lo ha fatto da arbitro della situazione ma da sostenitore dello status quo. Scriveva Niccolò Machiavelli (“Il Principe” – 1513): «…e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.» L’UE ha difeso gli Stati, e non i diritti dei popoli.

Ciò che si dice sottovoce è che la classe politica catalana è corrotta come quella spagnola: Jordi Pujol il “padre nobile” dell’indipendentismo catalano è sotto inchiesta, ed ha già confessato parte dei suoi illeciti. Artur Mas è stato condannato a causa dell’impiego illegittimo di fondi statali. Carles Puigdemont, oggi in esilio, nel 2004 ha fondato (con sovvenzioni pubbliche, ed è quindi un tax consumer) il mensile in inglese «Catalonia Today», del quale fu direttore generale fino al 2016, quando lasciò l’incarico alla moglie. I partiti politici cui fanno riferimento hanno cambiato tre o quattro volte il nome per far dimenticare all’elettorato le loro marachelle, giacché sono invischiati in una Tangentopoli che non ha nulla da invidiare a quella italiana. Culturalmente sono dei partitocrati: una volta preso il controllo della Generalitat de Catalunya hanno aperto “ambasciate” in numerose capitali europee, Roma compresa, ma la loro azione politico-diplomatica a favore dell’indipendentismo catalano non ha sortito alcun effetto a favore della dichiarazione d’indipendenza annunciata, e subito archiviata. Disponevano dei Mossos d’Esquadra o Policia de la Generalitat, ma non l’hanno utilizzata per “garantire” l’autodeterminazione. Segno evidente di un “male partitocratico” che dovrebbe essere la prima causa da rimuovere.

Ogni popolo (scozzese, catalano e veneto compresi) è fondamentalmente un organismo che mantiene fortissimi legami con i suo creatore: il passato. Solamente lente cumulazioni ereditarie permettono la modificazione. Il popolo si nutre di tradizioni, perché sono esse stesse le sole che mantengono vive l’identità nazionale. Queste mutano facilmente ma solo nelle forme esteriori. Senza tradizioni, vale a dire senza l’anima nazionale, non vi è alcuna forma di civiltà.

Ovviamente una nazione che sta cambiando pelle deve avere regole fisse condivise da tutti, tese a portare disciplina, raziocinio finalizzato alla convivenza pacifica, preveggenza politica, e una adeguata cultura. Queste qualità al momento non sono presenti tutte assieme in Veneto (forse neanche altrove) e proprio per questo ci sono ancora problemi grossissimi. Ma in questo senso i veneti sono “attrezzati”, sono un popolo dalla storia ultra-millenaria, e hanno avuto una repubblica durata circa 1.100 anni. Bisogna sempre risalire al passato per determinare la genesi del cambiamento in questione. Creare la fede religiosa o fede politica o fede sociale è compito dei grandi capi che pensano e pianificano a lungo termine.

Constatato tutto ciò, dov’è il nuovo e rivoluzionario progetto istituzionale dell’Intelligencija veneta? Ci sono battaglie che non è disonorevole perdere; piuttosto è vergognoso rinunciare a combatterle.

 

 

 

 

 

 

 

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