L’indipendentismo è morto? No, ma di certo va ripensato

di GIANLUCA MARCHI

L’indipendentismo è morto, viva l’indipendentismo! Dopo le recenti elezioni più di qualcuno sarebbe tentato di mettere una pietra sopra alle nostre aspirazioni, almeno in fatto di rappresentanza politica. La prova elettorale fornita dai vari gruppi e partitini presenti sull’asse lombardo-veneto è stata deludente. Piuttosto sconfortante quella offerta in Lombardia, dove la scelta di Unione Padana di presentarsi solo al Senato è stata controproducente; un po’ più vivace quella offerta complessivamente dalle tre fromazioni che si sono cimentate alle prova delle urne in Veneto, dove bisogna dare atto che mancava il traino del voto regionale: in entrambi i casi, tuttavia, è difficile intravvedere fattori che possano alimentare un qualche ottimismo. Il mettersi in gioco per le cadreghe o careghe che dir si voglia non sembra affatto pagare.

Deludenti anche i risultati sul fronte dell’appoggio, garantito  da questo giornale e da UP, alla candidatura di Marco Bassani nella lista di Fare per Fermare il declino. L’operazione di sostenere un candidato chiaramente indipendentista ma inserito in una lista di recentissima formazione, non indipendentista e connotata da un certo elitarismo e snobismo culturale si presentava già difficile in partenza, ma è poi divenuta disperata nel momento in cui è successo tutto il cataclisma che sappiamo intorno al fondatore Oscar Giannino. Ciò nonostante abbiamo dato il nostro leale sostegno fino all’ultimo all’amico Bassani, unico candidato al consiglio regionale  che si fosse impegnato a replicare in Lombardia la strada intrapresa in Veneto con la risoluzione 44 volta a ottenere la celebrazione di un referendum consultivo sull’indipendenza. Tutto s’è però risolto in un nulla di fatto.

Dunque, tutto è perduto financo l’onore? Personalmente credo di no e, come ha sottolineato ieri Fabrizio Dal Col, sono convinto che l’esigenza di indipendenza e di una diversa costruzione dello Stato sia destinata a porsi in maniera sempre più forte e in tempi abbastanza prossimi. Ciò che succederà in Catalogna e in Scozia, e i fermenti esistenti in altre parti d’Europa, faranno da traino se non da detonatore alle aspirazioni di libertà di altri popoli e di altre comunità territoriali.

Come cavalcare e incanalare l’onda prossima ventura? L’argomento è sul tappeto e personalmente non sono così convinto che la scelta migliore sia quella di tentare di creare un unico movimento o partito indipendentista e di ragionare come se la Lega non esistesse o meglio non esistessero i suoi elettori, sebbene in consistente diminuzione.  Tuttavia potrei anche sbagliarmi, sebbene fatichi a intravvedere all’orizzonte un possibile leader abile a mettere insieme sensibilità e personalismi tanto differenti fra loro e capace di galvanizzare e trascinare le folle. Forse, e lo dico interrogando anche me stesso, la scelta pìù opportuna potrebbe essere quella di adottare l’arma del referendum  per l’indipendenza come carta da giocare per sensibilizzare i cittadini in maniera trasversale, cominciando ciascuno dal proprio territorio di appartenenza. Senza dimenticare che l’evolversi drammatico della crisi economica potrebbe rendere la scadenza più vicina di quanto si possa immaginare.

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