Indipendentisti libertari e libertari indipendentisti: ecco la via giusta

di STEFANO MAGNI

Perché gli indipendentisti dovrebbero essere libertari e i libertari indipendentisti? La prima parte di questa domanda non è affatto scontata. Quanti indipendentisti odiano i libertari? Tanti, dalle nostre parti e in tutta Europa. I curdi del Pkk sono dichiaratamente comunisti. I baschi sono stati filo-comunisti e in parte lo sono tuttora. L’Ira non è altrettanto di sinistra, ma in ogni caso non si identificherebbe mai nelle idee di chi vuole eliminare lo Stato per lasciar libero il mercato. Fra i movimenti più moderati, sia i catalani che gli scozzesi non sono libertari. Potremmo definirli social-democratici, se volessimo classificarli in base alle loro idee sull’economia. Quelli del Parti Québecois sono ancora più a sinistra. I bavaresi sono tradizionalisti cattolici. La Lega Nord si è affermata come partito rilevante quando aveva una forte connotazione libertaria, nei primi anni ’90. Ma poco dopo è diventata molto statalista.

Mentre è molto facile trovare un libertario favorevole al diritto di secessione (quasi tutti lo sono), un movimento che voglia l’indipendenza della propria regione e, al tempo stesso, sia di idee libertarie è una vera rarità. Se parlo con un indipendentista, talvolta sento dei discorsi sovrapponibili a quelli di un no global: contro il capitalismo, contro la globalizzazione, per il ritorno ad un’economia basata sulla produzione locale, spesso e volentieri si dichiara nemico degli Stati Uniti (soprattutto perché incarnano il modello capitalista, più ancora che per la loro politica estera), parla male dei “sionisti” (anche qui: non tanto quelli di Israele, ma quelli che sarebbero “dietro alla grande finanza”) e teme “poteri forti” economici internazionali più ancora che il governo nazionale da cui vorrebbe secedere. Ma un indipendentista deve essere necessariamente così incompatibile con le idee libertarie e liberali? Tutt’altro. Anzi, le caratteristiche che ho appena elencato, sono proprio quelle che relegano i movimenti indipendentisti a frange estremiste e li allontanano dalla massa delle persone che lavorano e vogliono semplicemente vivere una vita normale (e lontana da ogni fanatismo politico).

Sul piano politico, la promessa di una maggiore libertà è il miglior “collante” sinora sperimentato per un movimento indipendentista. Perché la libertà riguarda tutti. Qualsiasi altra ideologia causa divisioni e spesso anche derive violente. Pensiamo al secessionismo fondato sull’etnia: se voglio creare una patria per il mio popolo e solo per il mio popolo, un uomo che ci è nato e cresciuto, ma appartiene ad un’altra etnia, diverrebbe immediatamente un “corpo estraneo”. In caso di secessione, si ritroverebbe discriminato, pur non essendo personalmente responsabile delle colpe dell’ex governo centrale. Per motivi di… nascita, nell’etnia sbagliata, verrebbe additato come colpevole di crimini storici, mai vissuti da lui o dall’intera sua generazione. A questo punto potrebbe reagire con la violenza, o subirla. Oppure potrebbe scappare e privare il nuovo Paese del suo valore umano. La libertà, al contrario, non crea “corpi estranei”. L’unica condizione del contratto sociale è il rispetto dei diritti individuali, indipendentemente dal sesso, dalla religione o dall’etnia di appartenenza. Un movimento indipendentista fondato sull’etnia non può che attirare solo quell’etnia e pochi elementi “disertori” del popolo dominante. Un movimento indipendentista fondato sulla libertà individuale, al contrario, non crea alcuna discriminazione, né attrito, fra popoli. Perché il suo scopo (liberarsi dallo Stato centrale) è trasversale, mira alla lotta contro un sistema e non contro una popolazione.

Ci sono altri motivi, molto pratici, per cui un movimento indipendentista dovrebbe adottare una filosofia libertaria.

Il primo è l’attuale congiuntura storica. Lo Stato nazionale europeo sta fallendo per il suo eccesso di socialismo. Ha speso troppo, si è intromesso eccessivamente nelle vite dei suoi cittadini, ha scritto un numero inconcepibile di leggi, si è indebitato oltre ogni limite e per questo sta perdendo di credibilità. La crisi dei peggiori Stati europei (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, ma altri potrebbero seguire) è prima di tutto dovuta all’agonia dello Stato Sociale. In Italia non vi è alcun dubbio che la nostra sofferenza è dovuta ad un sistema centralista, allo strapotere della politica, ad una tassazione oppressiva, ad una regolamentazione “bizantina” e, infine e in fondo, ad una cultura fondata sull’invidia sociale. Liberarsi da un sistema simile vuol dire, prima di tutto, staccare la spina al governo centrale. Fuggire da Roma. Ma non certo per replicare lo stesso sistema e la stessa cultura a livello locale. Per sanare il problema alla radice, sarebbe meglio creare un nuovo Stato molto più libero rispetto a quello da cui si è appena fuggiti. E per libero, intendo: meno tasse, meno spesa, più libertà di mercato, una moneta libera dalla politica, più libertà dei suoi territori di essere autonomi e responsabili.

Gli esempi sono lì da vedere: gli Stati più piccoli tendono ad essere più competitivi, dinamici e ricchi. Pensiamo a Hong Kong (finché avrà la sua semi-indipendenza), a Singapore, alla Svizzera e al Liechtenstein. Oltre alle ridotte dimensioni territoriali c’è un’altra caratteristica che li accomuna: sono tutti Stati estremamente liberisti e aperti al mondo (globalizzati), dove è possibile fare business con poca burocrazia e pochissime tasse. L’Estonia è riuscita ad uscire dalla sua povertà sovietica, in appena 15 anni, grazie a riforme che hanno decisamente ridimensionato il peso dello Stato sui cittadini e l’economia.

Non è scontato che uno Stato piccolo sia anche libero. Ma le dimensioni contano: solo uno Stato grande e ricco di risorse nel proprio territorio può pensare di isolarsi in una “beata” autarchia e di organizzarsi in un sistema collettivista. E, nonostante tutto, il modello non funziona neppure negli Stati più colossali: il crollo dell’Unione Sovietica serva di esempio. Le piccole dimensioni inducono allo scambio: si deve ottenere tutto ciò di cui non si dispone sul proprio territorio. E (viste le ridotte risorse umane) lo si deve necessariamente fare senza ricorrere alla violenza. Questo è il mercato. Un indipendentista collettivista e autarchico è dunque una contraddizione vivente. Vuole uno Stato piccolo, ma non considera che, senza libertà di scambio, senza globalizzazione, la sua creatura non potrebbe sopravvivere.

Queste sono le ragioni per cui un indipendentista dovrebbe essere libertario. Ma occorre spendere anche due parole sulla necessità, per un libertario, di abbracciare la causa secessionista. Un amante della libertà difficilmente si riconosce in un popolo, o in un’appartenenza nazionale, regionale o locale. La libertà è universale. Ciò non toglie che lo Stato unitario in cui viviamo (e non solo in Italia) è difficilmente riformabile se non si spezza la sua unitarietà. Proprio perché lo Stato Sociale si fonda sulla giustificazione della redistribuzione (dai ricchi ai poveri in teoria), inevitabilmente ci saranno regioni più produttive che dovranno mantenere di peso quelle più povere. Non solo in Italia, ma ovunque. L’unico modo serio per porre fine allo Stato Sociale è quello di spezzarlo territorialmente, appoggiando le aspirazioni di quelle regioni più produttive che non vogliono più “redistribuire” le loro ricchezze. Non ci sono altri metodi altrettanto efficaci: il federalismo può benissimo essere usato come copertura di altre politiche centraliste, il costituzionalismo può esser sempre violato dai suoi stessi autori, il controllo democratico, come dimostra la storia delle socialdemocrazie europee, può portare ad un ulteriore incremento dei poteri dello Stato centrale, a cui i cittadini/elettori chiedono sempre più privilegi.

Molti liberali italiani chiedono di dare ancor più potere all’Unione Europea, convinti che Bruxelles sia più libera di Roma. Ma anche questa è una grave contraddizione: lungi dal liberarci dalla nostra classe politica, la manderemmo ai piani alti dell’Europa, conferendole ancor più potere e permettendole di nascondere (se non altro per la distanza) le sue malefatte. La frammentazione territoriale, fino all’unità più piccola, è l’unico realistico scenario a cui un libertario possa aspirare. Farsi distrarre da altri modelli di riforma sarebbe solo una perdita di tempo. Paesi vicinissimi a noi, liberi, piccoli e ricchi, quali la Svizzera e il Liechtenstein, sono lì ad indicarci la via.

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