Letta e Alfano, due incapaci alla guida di un Paese fallito

di FABRIZIO DAL COL

Il premier Letta, con il suo discorso sulla fiducia alla Camera, è riuscito nella straordinaria impresa di far capire a tutti che ogni speranza di salvataggio del Paese è ormai perduta definitivamente. Tuttavia, in una parte del suo intervento, Letta  ha utilizzato un tono  piuttosto minaccioso, alieno alla sua figura di moderato, un tono che in altri tempi  sarebbe stato  bollato come tono fascista, mentre invece ha ricevuto gli applausi dall’aula come se fosse stato il tono di uno statista. Si sa che il palazzo ammalia, ma sarebbe un grave errore se i parlamentari continuassero a non voler vedere la cruda realtà dei fatti, e dato che dai banchi delle due camere  questi  illegittimi onnipotenti non vivono né sentono gli effetti di una crisi che loro stessi  hanno continuato ad alimentare, figuriamoci se possono conoscere  le condizioni in cui versa oggi il Paese.  Sarebbe già  sufficiente  ascoltare le discussioni nelle aule parlamentari  per capire quanto siano distanti dai problemi e quanto non riescano a capire  i patimenti di tutta la popolazione.

Detto ciò, all’indomani del suo incarico a premier, Letta si era impegnato avanti gli italiani di approvare alcuni punti fondamentali entro i primi  cento giorni di governo: una nuova legge elettorale, l’eliminazione del finanziamento pubblico dei patiti e  delle province, (si è giustificato sostenendo che è necessario eliminare la voce provincie dalla costituzione). Di giorni ne son trascorsi duecento, e dei tre sopra citati punti, come sempre, neanche l’ombra. Intanto sette mesi sono già trascorsi senza che nessuno abbia almeno tentato di fare qualcosa di concreto per i cittadini, e salvo dire di aver pagato debiti della pubblica amministrazione, quando invece si sa che parecchi fornitori sono ancora lì ad  aspettare, il rimanente tempo è stato speso in Europa  a scodinzolare e chiacchierare sul come applicare gli inevitabili prossimi sacrifici. Nel frattempo insperatamente è arrivato in suo soccorso l’ex delfino di Berlusconi Angelino Alfano, che grazie alla diaspora avvenuta in casa del Pdl  si è sentito mani libere per  fondare  un nuovo partito, e anche necessario a rafforzare i numeri  in sostegno del governo del “fare nulla”. In ultima analisi, per far valere la sua giusta parte di incapacità e non essere da meno di Letta, il soccorritore Alfano ha approfittato di dire la sua sulla protesta del 9 Dicembre e per dimostrare la forza dello Stato (ma soprattutto quella del suo ministero) ha detto: c’è il rischio di una “deriva ribellistica genericamente indirizzata contro istituzioni nazionali ed europee a cui non farebbero mancare proprio sostegno organizzazioni antagoniste”. Continuando “C’è stato un fronte violento che ha violato le leggi: comprendiamo il disagio sociale, ma al tempo stesso non abbiamo esitazione nel dire che intendiamo difendere la libertà e la sicurezza dei cittadini”. “Il governo sa da che parte stare”, ha aggiunto. “Il gesto di alcuni agenti di togliersi il casco è stato strumentalizzato” e “leggerlo come un gesto di sostegno alla protesta è arbitrario e irrispettoso verso gli stessi agenti”. Con queste dichiarazioni, Alfano, forse un po’ invidioso di Letta, ha voluto anche lui confermare la sua incapacità : “C’è stato un fronte violento che ha violato le leggi: comprendiamo il disagio sociale, ma al tempo stesso non abbiamo esitazione nel dire che intendiamo difendere la libertà e la sicurezza dei cittadini” ha detto, peccato che non capisca ancora che in strada ci stanno i cittadini e la gente comune, quindi se gli stessi  vanno difesi, ci dica almeno  da chi andrebbero difesi se non dai politici. E dato che i primi a dimostrare di difenderli  togliendosi il casco sono stati proprio i poliziotti, Alfano,  in un crescendo di incapacità manifesta, è riuscito a sostenere il contrario affermando che il gesto è stato strumentalizzato. Ma visto che ci siamo, sarebbe anche il caso che il ministro chiarisse l’affermazione “Il governo sa da che parte stare”.

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