L’esilio di Cattaneo, una barricata moderna

cattaneodi STEFANIA PIAZZO – Il Federalismo s’è fatto un Purgatorio incredibile. Più che illustri le vittime che la storia ricorda in esilio per la
causa e la disillusione. Politicamente oggi, spesso “l’esilio” è tattico, manifesta più la forza di reagire, di opporsi alla conservazione, piuttosto che esprimere la rassegnazione. Ma c’è anche una via di mezzo, una via di fuga culturale che Carlo Cattaneo ci ha insegnato reagendo all’inganno sabaudo dopo le 5 Giornate del ’48. Dal suo esilio in Ticino:
«Solamente come scrittore posso osservare il mio proposito che si compendia in due parole: libertà e verità». Virtù e principi che Cattaneo alimentò nutrendosi dell’autogoverno dei piccoli Stati cantonali, di piccole repubbliche articolate in complessi federali.
«Duro esempio, l’esule», ammetteva. Ma, coscientemente, sapeva che con quella «sventura senza compromesso» con la sua monumentale pubblicistica, stava costruendo l’ordito di un nuovo Paese. E «Non saremo liberi se non insieme, come insieme siamo servi», affermò l’amico polacco, a sua volta esule, che gli fu accanto sulle barricate milanesi. Certo, liberi di utilizzare l’arma civile della conoscenza sulle nuove barricate di una comunicazione che sfugge alle briglie degli inganni, ai compromessi che anche noi, nel piccolo “esilio” dall’informazione pasticciata, rifiutiamo.

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