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Legge Delrio, come nel 1859: vota lo 0,5 della popolazione

Delriodi DANIELE VITTORIO COMERO 

In questi giorni al dilemma classico – far pagare le tasse ai ladri o mettere le mani in tasca agli onesti – si è aggiunto quello sulla legge Delrio di riforma delle autonomie locali: applicare una legge molto controversa in modo migliorativo e democratico o farlo a proprio esclusivo vantaggio. Quest’ultima pare che sia la risposta di molti politici che si muovono con spirito andreottiano o togliattiano, a seconda delle origini, per una sapiente gestione e conservazione del posto e del potere. Il risultato finale può essere pessimo, sembra smarrito quello spirito renziano della prima ora, che aveva suscitato qualche speranza o illusione. Tranquillizzo subito il lettore, non sono stato folgorato da Renzi, anzi, è appena uscito il libro edito da Biblion Edizioni: “L’Urna di Pandora delle Riforme”, scritto a sei mani insieme a Giorgio Galli e Felice Besostri, contro l’Italicum, la riforma elettorale scaturita dal nefasto patto del Nazzareno. Però, stavolta vorrei rompere una lancia in favore di superman-Matteo, parlando e criticando l’unica vera riforma delle istituzioni approvata da questo governo: la legge 56 del 7 aprile, la cosiddetta Delrio.

Come è noto, è una riforma regressiva, che riporta indietro l’orologio del tempo al periodo dell’unità d’Italia, tra il 1859 e il 1860, nel senso che restringe l’elettorato ad una esigua percentuale della popolazione, meno dello 0,5%, con la rottura del principio cardine del voto paritario (uno vale uno), a favore di un voto ponderato spaventosamente sbilanciato, ad esempio: mentre quello di un sindaco di un piccolo comune vale 1, un consigliere del comune di Milano vale 120. Insomma, peggio del voto censitario del 1859. Sull’altro piatto della bilancia, quello delle innovazioni positive, c’è che la legge Delrio finalmente attua le Città metropolitane e trasforma le Province in enti di servizio ai comuni, con una veste nuova. Proprio tra domenica e lunedì scorsi sono state presentate le prime candidature per le elezioni del consiglio metropolitano di Milano, Firenze, Genova e Bologna, l’organo che dovrebbe affiancare il sindaco metropolitano nella gestione della grande area metropolitana (operazione che si sta svolgendo con modalità decisamente elitarie).

Identica operazione si è svolta in quelle province che hanno deciso di andare al voto il 28 settembre perché, a differenza di quanto detto dalla grande stampa, le Province rimangono tutte al loro posto. Sono state alleggerite dei soldi e riconfigurate a servizio dei comuni, per cui la legge prevede esplicitamente che il presidente sia un sindaco, con incarico a titolo gratuito. Quindi, un sindaco a capo di ogni Provincia, eletto con elezione di secondo livello riservata a sindaci e consiglieri comunali.

Qui casca l’asino, o meglio, spunta l’imbroglio subdolamente inventato utilizzando una delle tante modifiche apportate alla legge in questi suoi primi mesi di vita. Che cosa sia successo è presto detto: i politici uscenti, cioè i consiglieri provinciali decaduti a giugno, sono riusciti in estremis, durante l’approvazione della legge, a farsi fare un’eccezione alla regola che vuole candidabili al nuovo consiglio provinciale solo gli appartenenti ai consigli comunali. Così è spuntato dal nulla un comma (L.56/14, art. 1, c. 80) che rimette in gioco i politici provinciali uscenti per un posto nei consigli. E’ tutto da vedere se troveranno i voti, fatto sta che hanno aperto una piccola falla nel sistema giuridico, da dove si possono infilare tutti quelli che non vogliono mollare la sedia, cioè i politici uscenti.

Il subdolo trucco impiega i soliti paroloni del linguaggio burocratese del “si evince dal combinato disposto delle norme”, per allargare il pertugio fino a farlo diventare un vero e proprio portello di ingresso sulla nave, per assicurarsi un altro viaggio della durata di quattro anni, tanto è il mandato dei presidenti delle province.

In pratica, con l’appoggio delle associazioni sindacali di categoria, UPI in testa, governate  dai politici perdenti posto, è in corso un’operazione interpretativa sulla legge Delrio per rendere candidabili alla presidenza delle nuove province i vecchi politici, che nulla hanno più a che fare con l’idea di enti al servizio dei comuni gestito dai comuni.

Ha voglia Renzi a fare riforme audaci, quando poi il suo stesso partito e anche gli altri, sono pronti a sostenere queste scaltre manovre che rendono incoerenti il sistema, con i rottamati che rientrano dalla finestra del retro. Cuperlo, suo oppositore nel PD, lunedì ha dichiarato che le riforme sono ancora imballate come scatole dell’Ikea.

Non è vero, le scatole sono state aperte, poi richiuse cambiandone il contenuto.

Questo è quello che sta succedendo con la riforma delle province: una tentata truffa allo stato di diritto.

Per le Città metropolitane non siamo molto distanti. Ieri a Milano c’è stato un singolare e molto affollato happening pubblico con gli amministratori comunali, ma di questo se ne parlerà con calma nella prossima puntata di domani.

 

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