Lega, Zaia: se salta Venezia deve saltare anche Pontida

FONTE ORIGINALE: corrieredelveneto.corriere.it  di Marco Bonet

La Festa dei popoli padani in Riva Sette Martiri non si farà più, dice Flavio Tosi. Si farà, ma non a Venezia, da qualche altra parte nel Veneto, rilancia Roberto Maroni. I militanti un po’ ci sperano e po’ hanno altre preoccupazioni. In ogni caso, la segreteria organizzativa di qui non ne sa nulla. I colonnelli men che meno. Giancarlo Gentilini dice che è meglio non fare niente. Lucia Massarotto, la signora che sventolava il tricolore facendo infuriare Bossi, tira un sospiro di sollievo: «Alleluja». Gira voce che si potrebbe fare qualcosa a Cittadella ma il dominus della città murata, Massimo Bitonci, dalle ferie non conferma né smentisce. «La Festa dei popoli, così come l’abbiamo sempre fatta, quest’anno non si farà, questo ormai mi pare chiaro – chiosa il governatore Luca Zaia – ma evitiamo di farne un caso di Stato, è normale che la Lega rinunci ad un evento simile dopo il periodo travagliato attraversato negli ultimi mesi. Serve uno stop&go, come in Formula Uno».
Anche per Pontida? «Da quel che ho sentito in via Bellerio, Pontida al momento è soltanto rinviata a data da destinarsi, forse al prossimo anno. Una cosa, però, dev’essere chiara: se salta il raduno in Veneto, allora deve saltare anche quello in Lombardia. E’ impensabile che si adottino misure diverse di qua e di là del Garda, non potremmo mai accettare di venir sacrificati mentre altrove si continua a fare festa».
Non sarebbe un errore archiviare entrambi i raduni di partito alla vigilia delle elezioni? «Non tutto il male vien per nuocere: penso che questa possa essere l’occasione per riflettere sull’opportunità di continuare ad organizzare appuntamenti del genere, con quel che costano tra permessi, palchi, scenografie faraoniche, strutture per l’accoglienza dei militanti, sicurezza, pullman e battelli. Vogliamo proprio farli? Si pensi a comizi low cost. Anche la forma, di questi tempi, è sostanza».
I militanti, a leggere quel che dicono su Facebook e dintorni, ci resterebbero male. «I raduni sono i nostri stati generali, l’occasione per un contatto diretto tra i dirigenti del partito e la base, per confrontarsi faccia a faccia. Ma vanno rivisti in modo radicale e si deve iniziare proprio da Venezia e Pontida».
Come? «Dell’aspetto organizzativo ho già detto. Poi c’è quello politico: le feste si fanno se si ha qualcosa da dire, il che non è sempre possibile. Non si può costruire l’evento solo sugli annunci, che poi magari non si traducono in nulla, non si riescono a realizzare. Ormai sul palco c’era l’ansia da prestazione, ci si sfidava a chi la sparava più grossa».
Meglio tenere un basso profilo? «Che senso ha andare a Venezia o Pontida per dirci che ci vogliamo bene, che siamo i numeri uno, i più bravi e nessuno ci batte? Questi appuntamenti, nella loro autoreferenzialità, sono diventati perfino stucchevoli».
Palchi più piccoli, meno grida, addio alle ampolle e al dio Po? «Ben venga questa nuova corrente di pensiero che vuole mettere in soffitta riti e miti, personalmente non ho mai nascosto il mio scetticismo sull’uso e l’abuso di un certo folclore. Certo fa riflettere che molti di quelli che oggi sputano sull’ampolla, solo un anno fa sgomitavano sul palco per farsi buttare l’acqua in testa da Bossi».
Ma è vero quel che si sussurra nei corridoi, e cioè che lei si sarebbe opposto al trasloco della festa da Venezia a Verona, costringendo Maroni a virare su Cittadella? Certe scelte, nella geografia leghista, sono rivelatrici. «Non ho nulla contro Verona ma in Veneto le province sono sette e tutte hanno una loro identità ed una loro dignità. Non esiste, e non deve esistere, una “capitale pigliatutto”».

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