Il deserto dei Tartari a Riva dei Sette Martiri. Prima il Monviso, poi non si sa

di STEFANIA PIAZZOil-deserto-dei-tartari-02

C’era una volta Riva dei Sette Martiri, Riva degli Schiavoni. Oggi è rimasta una gita sul Po, alle sue sorgenti. La festa dei popoli padani è una roba da indiani nella riserva. Lo scorso anno si limitò, nell’era maroniana, ad una convention in terra ferma, a porte chiuse, in un albergo. Segno del rinnovamento e della stanchezza dei riti folklorici. Oggi, nell’era dei referendum indipendentisti, con l’Europa che fa i conti con le secessioni, il Nord dei partiti dell’ex indipendenza ha una brutta cera. Diciamo pure che fa una brutta figura. E così, Scozia alle porte, in Piemonte è contrazione delle contrazioni: solo una festa per pochi intimi, una bella giornata in montagna, gita di partito. Basta paginate di pullman sul giornale, basta cartine con i gazebo delle associazioni padane per spiegare ai visitatori come arrivare sotto al palco galleggiante. Fine delle trasmissioni. Un deserto come quello dei Tartari. La gente ha atteso per una vita l’evento di liberazione, poi è arrivata l’ora della pensione e i Tartari sono arrivati, spazzando via sogni di gloria e di vittoria.

D’altra parte la politica delle grandi adunate è in crisi ovunque. Le feste di partito si contano su una mano, i giornali di partito chiudono, le tv anche, i partiti si sdoppiano per  non perdere la poltrona. La Lega diventa anche Lega del Sud, quella del Nord vive grazie alla competitività dialettica del suo segretario che affolla le tv di audience e che cavalca i fatti di cronaca. C’è da ringraziare le disgrazie. Oggi chi vota il Carroccio non lo fa per la Padania libera ma per l’immigrazione, i nomadi, l’euro che rende poveri.

Nel giorno che ricordava un tempo la proclamazione di indipendenza della Padania bossiana, si è perso il senso della memoria storica. Altri, scozzesi, catalani, sono riusciti a sfondare. Il Carroccio ha sfondato il muro del suono, quello delle parole ripetitive su devolution, federalismo fiscale. E chi oggi condanna per questo fallimento l’abbraccio con Berlusconi, è stato magari il più governativo e berlusconiano dei ministri della Lega. O no?

La Lega sa che non potrà vincere come prima, come altri rientra nella sfera dei perdenti, quelli che però si rimettono sempre in gioco. Ci sono sempre posti e ruoli da condividere con la maggioranza e l’opposizione. Oggi, a differenza di prima, da Nord a Sud. Tutto il resto è archivio della politica e dei giornali.

 

 

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