CICLONE TANGENTI SULLA LEGA LOMBARDA IN CERCA DI UN CAPO

di GIANLUCA MARCHI

Chi sarà il nuovo segretario della Lega Lombarda? Bella domanda, anche se in queste ore la testa dei leghisti di Lombardia è rivolta altrove e più precisamente nella pesante inchiesta che coinvolge il presidente del Consiglio regionale Davide Boni, esponente di spicco proprio della Lega Lombarda.  Di certo per ora sappiamo che il congresso nazionale si svolgerà alla Villa Borromeo di Senago (Mi) dall’1 al 3 giugno prossimi, cioè dopo le elezioni amministrative. Insieme al congresso della Liga Veneta quello lombardo rappresenta un passaggio cruciale per disegnare il nuovo assetto interno del Carroccio. Un assetto per metà, a dire il vero, perché fino a quando non sarà convocato il congresso federale, che non si tiene dal 2002, il pallino resterà sempre nelle mani di Umberto Bossi e di chi riesce a condizionarlo. Dicevamo dell’inchiesta che coinvolge Boni e sembra puntare a un “sistema Lega” che sul territorio non sarebbe affatto indenne da tangenti e corruzione.  Un sistema che riguarderebbe appunto il partito sul territorio, perché si sa bene che via Bellerio non ha bisogno di quattrini, mentre da anni si vocifera che qua e là i vari capataz locali avrebbero approfittato non poco del potere conquistato dal movimento. La famosa Lega del Territorio, così osannata come la vera forza del Carroccio, ora rischia di annegare proprio sul territorio.  Questa evoluzione, non inattesa per molti addetti ai lavori, lascia attonita e sconvolta soprattutto la base leghista, quel popolo di brave persone che hanno aderito all’idea tanti anni fa pagando magari uno scotto, e ora sono costretti a registrare troppi casi di malaffare che finiscono per accomunare il Carroccio ai partiti italici tanto odiati e combattuti. Gli sviluppi giudiziari si incaricheranno di raccontarci la portata di questa storiaccia, ma l’aria che tira è molto pesante, e non può essere consolatorio pensare che la magistratura ora spari ad alzo zero perché la Lega è all’opposizione. La pentola dei comportamenti inconfessabili ribolle ormai da parecchio tempo. E a un certo punto il coperchio non tiene più la pressione. Uno dei pochi a parlare è stato Matteo Salvini: «Nella Lega dobbiamo essere al di sopra di ogni sospetto. Dobbiamo esserlo più di altri partiti, perchè da noi certe cose non possono succedere direi per definizione. È un dovere morale, altrimenti non si capisce perchè ci chiamiamo Lega». Lo dice in un’intervista a Repubblica: «Mi sembra – prosegue – che al momento il problema sia più giudiziario che politico. Ma è chiaro che se arrivassero altri arresti bisognerebbe ridiscutere tutto». Dunque ancora presto per «parlare di caso politico», ma Salvini ammette che «per la Lombardia questa non è una bella immagine: si tratta di una delle Regioni più virtuose d’Italia». La speranza, sottolinea, è che le accuse si rivelino infondate: «c’è un’indagine in corso. Non siamo davanti a un arresto, nè tantomeno a una condanna. Lasciamo lavorare chi ha il compito di condurre le indagini».

Su tutti i quotidiani di oggi la vicenda delle presunte tangenti incassate dal leghista Davide Boni, presidente del Pirellone, occupa la prima pagina. Non così sul quotidiano della Lega che sceglie un profilo basso, relegando la vicenda a pagina 6 in un articolo di taglio basso sovrastato da un grande pezzo sulla rottura tra Pdl e Carroccio. «Indagato il presidente del Consiglio lombardo. Boni: ribadisco la mia totale estraneità ai fatti», titola l’articolo. In un sommario parla il consigliere comunale Matteo Salvini, che dice: «Sono certo che saprà dimostrare la totale infondatezza delle accuse». Nell’articolo, oltre a riportare l’intera dichiarazione di Boni, si racconta come nasce l’inchiesta e chi sono gli altri indagati. Un trattamento un po’ ridicolo di una notizia che ha invaso tutte le cronache. Ma non c’era da aspettarsi altro.

Torniamo dunque alla Lega Lombarda. Da un decennio questa costola dalla quale Umberto Bossi vent’anni orsono fece nascere la Lega Nord è guidata da Giancarlo Giorgetti, personaggio schivo di natura, lungi dal ricercare la ribalta, legatissimo al “capo” che proprio dalla tribuna dell’ultimo congresso federale l’aveva battezzato come suo delfino. Ma da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima. C’è stata la malattia di Bossi e successivamente la creazione e il consolidamento del cosiddetto “cerchio magico” (che noi abbiamo definito in contemporanea anche “malefico” per i cattivi effetti prodotti su un uomo evidentemente menomato rispetto al Bossi di prima), di cui Giorgetti non ha mai fatto parte. E probabilmente nemmeno ha mai aspirato alla cosa. Eppure nelle sue mani è rimasta concentrata una bella fetta di potere leghista, essendo da lui transitate gran parte delle nomine targate Lega, una partita non da poco visto il potere acquisito dai “lumbard” grazie all’alleanza di governo con Berlusconi. E non sempre, va detto, le scelte di Giorgetti sono state azzeccatte. Ma tant’è.

Col tempo il segretario lombardo è diventato il punto principale di aggressione dei cerchisti e così ne è scaturita, suo malgrado, la rivalità tutta varesina con Marco Reguzzoni. E solo nell’ultimo anno lo scontro interno è sembrato spostarsi più sull’asse Maroni-Reguzzoni a seguito della decisione dell’ex ministro dell’Interno di giocare un ruolo decisivo nelle sorti future della Lega. Ne è conseguito che Giorgetti è stato collocato fra i maroniani, ma in realtà per sua natura si tratta di un uomo di mediazione fra le anime del Carroccio, da sempre mosso da una fede assoluta in Bossi, ma non in linea con i cerchisti.

Per queste sue caratteristiche Giorgetti è visto da molti come l’ideale successore di se stesso e pare che anche Bossi lo rivorrebbe come ago della bilancia delle troppe tensioni fra cerchisti e maroniani. E tuttavia l’interessato non sembra della stessa idea, già da tempo non fa mistero di essere continuamente tirato in ballo nelle troppe diatribe. E addirittura ai più intimi ha confessato della sua volontà di chiudere con la politica e di voler individuare una via di uscita nella “vita normale”, lui che pur essendo da molto impegnato nel Carroccio, oggi ha solo 45 anni.

Riusciranno le pressioni a convincere Giorgetti a caricarsi sulle spalle ancora una volta il fardello della guida della Lega Lombarda? Non facile a dirsi, soprattutto dopo la bufera giudiziaria in atto, ma di certo su di lui le pressioni saranno fortissime, anche perché altrimenti le altre candidature di cui si è parlato in queste settimane rischiano,  dal punto di vista dell’immagine, di consegnare a Roberto Maroni la vittoria netta nello scontro interno, e questo per i bossiani sarebbe troppo. Il primo nome, indubbiamente il più popolare, è quello di Matteo Salvini, eurodeputato e capogruppo in Comune a Milano, che però sarebbe un candidato di rottura. Un po’ più sfumato il profilo del bergamasco Giacomo Stucchi, colui che avrebbe dovuto prendere il posto di Reguzzoni come capogruppo alla Camera, ma che poi venne stoppato da Bossi in persona. E’ vero che Stucchi per un certo tempo è stato visto come a mezzo servizio fra i bossiani e i maroniani, ma da un po’ si è spostato verso l’ex ministro e non per nulla ha presenziato il 18 gennaio scorso al comizio varesino di Maroni al Teatro Apollonio che ha segnato un punto di svolta nel movimento.

A quell’appuntamento varesino intervenne anche un altro dei considerati papabili, l’on. Gianni Fava (nella foto), di Viadana (Mantova), uno di quelli invisi ai “cerchisti” perché, insieme al bresciano Davide Caparini, fu all’origine della raccolta di firme nel gruppo alla Camera a sostegno della candidatura a capogruppo di Stucchi. Anche Fava rischia di essere troppo maroniano per segnare una stagione di mediazione fra le due anime.

Improbabile, invece, immaginare una candidatura proveniente dai cerchisti, perché vorrebbe dire far saltare in aria il difficile equilibrio mantenuto almeno in superficie in queste settimane. Resterebbe la riserva della vecchia guardia, ma in questo caso ci troveremmo di fronte a figure abbastanza spompate, come l’ex ministro Roberto Castelli. Appare improbabile anche l’ipotesi Calderoli, che  per altro è stato il predecessore di Giorgetti.

Dunque resta qualche mese per sciogliere il nodo e magari vedere cosa succede su altri fronti, a cominciare dal Veneto, dove il braccio di ferro fra Gobbo e Tosi continua. Nessuna sorpresa è invece prevista per il Piemonte, dove il segretario nazionale verrà votato nel prossimo fine settimana, e la riconferma di Roberto Cota sembra scontata.

Ultima annotazione. Durante la riunione del consiglio nazionale della Lega Lombarda che ha deciso la data del congresso, e cui non ha partecipato Giorgetti, è stato anche esaminato il caso di Daniele Molgora, il presidente della provincia di Brescia che ha presentato ricorso contro il taglio dei vitalizi parlamentari. Il deputato Gianni Fava ha chiesto che Molgora venga espulso dal movimento se non ritirerà il ricorso entro la prossima riunione. La richiesta di Fava è stata approvata all’unanimità, ma si tratta del secondo avviso. Chissà se stavolta Molgora, che ha provocato le ire di tutti, ma soprattutto dei Barbari sognanti seguaci di Maroni, risponderà “obbedisco”.

 

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