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Lega, il partito finto rivoluzionario. Chi ha suggerito i nuovi spartiti al direttore dell’ex orchestra padana?

salvinidi GIOVANNI POLLI – Sembrava una cosa vecchia di un’altra era, sepolta, uccisa dal golpe di Monti e dal tentativo delle controriforme costituzionali neocentraliste renziane. Eppure la Questione settentrionale, e più in generale la questione dello spostamento del potere dal centro ai territori, è di colpo e anche forse un po’ a sorpresa uscita dall’angolo della soffitta in cui era stata relegata per ritornare nel pieno del dibattito politico. Forse con gran dispiacere dell’attuale dirigenza di quello che per anni è stato, almeno sulla carta, il più grande movimento indipendentista d’Europa, ovvero la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania.

Il ventisette ottobre scorso, cinque giorni dopo il referendum lombardo-veneto e i suoi cinque milioni di voti autonomisti, e paradossalmente nello stesso giorno in cui il parlamento catalano proclamava la nascita della Repubblica indipendente, il segretario del Carroccio Matteo Salvini annunciava con un tempismo quasi surreale quanto era già noto da un pezzo: alle prossime elezioni la Lega non sarà più “Nord”. Lega soltanto, in prospettiva “nazionale” italiana.
E così, nell’esatto istante in cui la Storia riprende il suo percorso centrifugo, il Carroccio volta indietro la pagina. Per il momento, l’armamentario indipendentista del Carroccio continua a giacere inascoltato e polveroso soltanto nell’articolo 1 dello Statuto del movimento.
Il Rubicone, stavolta, è stato per davvero valicato ed in senso non soltanto metaforico.
Come stia reagendo la base storica leghista a questa scelta è facilmente immaginabile, o constatabile di persona con una semplice frequentazione de i social network. Di sicuro le parole di Umberto Bossi rivolte a Matteo Salvini sono macigni: “Lui pensa di prendere più voti se toglie la parola “Nord” e invece non è vero”, dice il fondatore del Carroccio. “Anzi, c’è il rischio grosso di perdere voti al Nord”, aggiunge. “Il nome rimane Lega Nord, cambia solo il simbolo: è come se facesse un imbroglio dannoso, perché innesca un processo anti-identitario che può allontanare la gente al Nord”.

Non sfugge al “Capo” il nesso con il voto autonomista di pochi giorni prima: “Si vede che i referendum non gli piacevano. Salvini vuol diventare premier, cosa che non succederà mai”.

Le grandi manovre sono però in corso, anche quelle del riavvicinamento all’alveo berlusconiano. La discussa scelta di votare la legge elettorale Rosatellum insieme ai deputati del Cav, una legge che torna a prevedere la formazione di coalizioni elettorali, parla chiaro. Tanto quanto chiare sono le parole del vicesegretario Giancarlo Giorgetti che, pur premettendo di non considerare “scontata” l’alleanza con Forza Italia, dice chiaro e tondo che “lavoriamo per questo. Abbiamo voluto il Rosatellum perché scongiura la grande coalizione e introduce il maggioritario. Io sono convinto che il centrodestra riuscirà ad avere la maggioranza e a governare da solo”. Sono passati solo cinque anni da quando un Matteo Salvini non ancora segretario federale ma leader della Lega Lombarda era perentorio: “Nessun leghista è disposto a puntare ancora su un’alleanza con Berlusconi. No a possibili assi tra Carroccio e Cavaliere. La nostra gente non ne vuole sapere di un ritorno in campo di Silvio Berlusconi. Basta”.
No, evidentemente non basta. Secondo i calcoli di Affaritaliani.it, con la nuova legge elettorale, nella quota del 36% di  maggioritario-uninominale il Centrodestra si organizzerà così: modo: alla Lega il 42% dei collegi, a Forza Italia il  38, a Fratelli d’Italia-An il 12 e il restante 8% a partitelli minori di area. Un bottino stimato, per la neo Lega, di una sessantina di deputati. Sempre per Affaritaliani.it, “Salvini e Berlusconi hanno l’Italia in mano”.

salvini2salvini2Già, ma per fare che cosa? Gli scenari si prestano almeno a due ipotesi. Nell’eventualità in cui i due quasi ex rivali non avessero “l’Italia in mano”, uno degli esiti possibili grazie ad una legge elettorale che segna comunque il suicidio di quel Pd che l’ha strenuamente voluta a colpi di fiducia  potrebbe essere il via libera alle “larghe intese”, con buona pace dei desiderata di Giorgetti. Con o senza Lega? Nel primo improbabile caso per la Lega sarebbe un suicidio politico e quindi non varrebbe nemmeno più la pena di parlarne. Nel secondo, si ripeterebbe lo stesso scenario del 2013: il Cav che, dopo aver tanto tuonato contro “i comunisti” ci si allea per votare la fiducia al Letta di turno, e la Lega tradita ancora una volta lasciata a fare comoda e inutile opposizione insieme al M5S.

Diverso il caso in cui la Lega andasse davvero a governare con maggioranza assoluta del centrodestra. Ma diverso fino ad un certo punto: al governo insieme ad un movimento filo-Merkel e filo-Ue il suicidio politico sarebbe altrettanto assicurato. In ogni caso, infatti, la carica antisistema del Carroccio si sarebbe esaurita. O si muore di lepenismo o di compromesso al ribasso in cambio di poltrone.
Ciò che davvero caratterizzava e differenziava la Lega da tutto il resto del panorama politico italiano, ovvero la sua funzione di sindacato del territorio delle aree produttive dello Stato italiano, sarebbe svanita insieme a quel punto cardinale perso insieme al resto della bussola della dirigenza.

Senza lasciarsi andare ai complottismi o alle sterili dietrologie, resta una domanda: come mai un movimento politico che aveva come rivoluzionaria ragione sociale una rivendicazione territoriale ha scelto di abbracciare una politica “nazionale” italiana in nome della sicurezza e della lotta all’immigrazione, lasciando dell”autonomia” solo una pallida traccia di sottofondo giusto per tentare di dare un contentino ai nostalgici?

In questa fase della vita politica la Lega attuale appare sempre più come il più classico dei movimenti “gatekeeper”, ovvero finti rivoluzionari in realtà custodi dell’esistente, attraverso l’attrazione dei voti antisistema e la loro sterilizzazione o nel governo a favore dei poteri reali – Tsipras, per esempio – oppure relegando il movimento in un’opposizione sterile e fine a se stessa, così come è finita la grande “ondata lepenista” che avrebbe dovuto porre all’ordine del giorno l’uscita della Francia non solo dall’euro ma dalla stessa Ue. E che è invece terminata con un flop clamoroso.

In Italia sarebbero così  esistenti ben due movimenti gatekeeper. Uno il M5S che già ha reso possibile, con l’inevitabilità delle “larghe intese”, la prosecuzione, con Letta, Renzi e Gentiloni, dell’esperienza del golpe Monti e della demolizione del welfare su diktat di Bruxelles e Francoforte.
Il secondo, la Lega di Salvini (e non più Lega Nord), o al governo con un Berlusconi divenuto, costretto dalle sue vicende personali, fedele devoto verso la ex “culona” Merkel, o nelle stesse larghe intese con il Pd. Oppure ancora all’opposizione senza alcuna voce in capitolo né su quello che un tempo era il “core business”, ovvero la decentralizzazione dei poteri, né sui nuovi cavalli di battaglia di tutte le destre nazionaliste o “sovraniste” d’Europa.
Ecco, per ragionare e prevedere tutte le ipotesi alla luce delle discusse e contraddittorie scelte della Lega ex Nord occorre ripetere e tenere ben presente un interrogativo ben preciso: a chi giova davvero il tentativo peraltro già fallito di affossare la Questione settentrionale e le spinte territoriali nel loro complesso? Chi ha suggerito i nuovi spartiti al direttore dell’ex orchestra padana?salvini3

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