Lega: è l’ora di una scelta coraggiosa, sciogliersi

di MICHELE CORTI

Sì, mi metto tra gli “ultras”, gli ipercritici che, non da oggi, chiedono alla Lega (a quanto ne rimane quantomeno) di fare un primo e definitivo atto di serietà politica: sciogliersi.  Dopo anni di slogan a vuoto, di “contrordine compagni”, di inconcludenza, di dispersione di un’esperienza politica che pareva “ricoluzionaria” (e una strage di speranze deluse).

Sarebbe stato auspicabile farlo prima perché oggi la Lega rischia lo spappolamento senza troppa dignità . Lasciando solo macerie ingombranti che ostacolano l’emersione di qualcosa di nuovo. Il cadavere insepolto oggi è lì, non “messo via” . Per la gioia del PD, che anche in Lombardia può sperare in rivincite impensabili.

La società lombarda è quanto di più refrattario ci sia al sistema di potere, ai collanti che altrove tengono insieme il consenso intorno alla sinistra, un blocco in cui la leva dell’interesse e della clientela è sublimata dall’inossidabile egemonia culturale che riesce (ancora per un po’) a mantenere legate al carro delle caste i residui di strati popolari e consistenti strati di ceto “medio” urbano.

Le sirene della “cittadinanza democratica” e la gratificazione piccolo borghese di una illusoria  partecipazione all’intellighentsia di massa non hanno mai funzionato al meglio in terre di solidi (per quanto in parte obsoleti) valori di concretezza e di autonomia (della persona, delle comunità, dei corpi sociali) .

Però il rischio che il PD possa conquistare la Lombardia e il Veneto si fa oggi concreto. Sarebbe una conquista dal sapore coloniale, una sorta di stupro politico su una società che – tolte le città dove le classi parassitarie e burocratiche hanno radici – esprime valori e aspirazioni agli antipodi di quelli della sinistra. Una sinistra che rimane pervicacemente statalista ed espressione – oltre che dei ceti burocratici ed intellettuali parassiti – di  quella “borghesia avanzata” che ora è ripiegata sulla ricerca di rendite e di incursioni speculative avendo trasferito in larga misura all’estero il suo core business.

 

La Lega rischia di consegnare la Lombardia alla sinistra statalista

Lo stupro della società lombarda e lombardo-veneta da parte della sinistra statalista ,appiattita su interessi forti , sull’ “Europa” e il “mondialismo”, sarà possibile solo grazie alla Lega, al suo incaponirsi nel non volersi sciogliere, al suo restare sulla scena e moltiplicare i danni. La Regione è ferma. Maroni con la doppia carica garantisce un mortifero immobilismo nell’istituzione e nel partito o, per meglio dire, in quella specie di brutta copia della DC  che oggi rimane in piedi. Nelle scorse legislature regionali la Lega è andata a rimorchio del PDL e dei suoi disorganici sistemi di interesse. Ora che la Lega ha il presidente, però, questa politica diventa impraticabile, pena l’implosione.

Vengono al pettine i nodi di una Lega che ha collaborato alla svendita del territorio. Persa nelle tragicomiche vicende della ricerca del santo graal del federalismo, impastoiata nelle paludi romane, la Lega ha dimenticato le ragioni della protesta, della sofferenza sociale. L’esperienza gratificante (per i poltronari) delle multiutility, delle società partecipate, delle varie Finmeccaniche ha fatto il resto. Intanto le tasse hanno continuato ad aumentare.

La realtà è la fuga dei giovani qualificati che sta trasformando la Lombardia secondo il modello di impoverimento umano ben conosciuto al Sud. E’ la perdita di patrimoni di capitale sociale nei distretti, è impoverimento manifatturiero. Ma è anche peggioramento delle condizioni ambientali e della salute.

 

Un prezzo ambientale carissimo pagato dalla “Padania”

Ogni anno che passa la speranza di vita sana diminuisce e la pianura padana si trasforma sempre più in una camera a gas, con migliaia di nuove centrali a biogas e biomasse che producono energia in modo del tutto inefficiente inquinando immensamente di più delle centrali termoelettriche “tradizionali”. La Lega non ha mosso un dito.

Il saccheggio del territorio e il peggioramento delle condizioni ambientali è proseguito con la perdita inarrestabile di suolo agricolo, con la costruzione di capannoni che restano vuoti o sono occupati dai cinesi, con la politica di nuove infrastrutture di trasporto che la crisi rende in parte inutili, con gli inceneritori (tutto’ora considerati una “soluzione” quando diventa palese anche dalle statistiche ufficiali che il loro contributo cancerogeno è quanto mai pesante).

Manca una politica della montagna in una regione che ha oltre il 40% del territorio montano e dove la Lega drenava (in forza di una speranza accesa in chi si era sempre tenuto lontano dalla “politica sporca”) un consenso elettorale che si avvicinava a quello “etnico” della SVP.

La crisi attuale è una crisi di modello sociale, non è una crisi economica.  Questo lo dicono tutti. E’ una crisi che interroga anche sull’adeguatezza di istituzioni vecchie, di una democrazia rappresentativa svuotata. La politica si dimostra platealmente incapace di interpretare e tutelare il bene comune. Abdica alla burocrazia e alle lobby in funzione di politiche di corto respiro, dell’accondiscendenza agli interessi maggiormente capaci di muoversi nel “pubblico”. E’ fine impero. E’ affermazione della borghesia cvompradora pronta a svuotare l’Italia di linfa umana e a svenderlo ai cinesi per creare una immensa Disneyland per i ricconi planetari.

La Lega (o la “cosa” che subentrerà) vuole essere percepita come parte di quella “classe politica” chiusa nel palazzo, che balla sul Titanic (leggasi spartizioni, Expo ecc.) o come un soggetto che interpreta una società in difficoltà ma anche carica di risentimento contro le istituzioni “cosa loro”?

La società,  nel suo istinto di conservazione, cerca comunque di esprimere nuove istituzioni e non si limita a coltivare risentimento e impulsi autodistruttivi: si assiste al ritorno del mutualismo, del baratto, delle monete complementari che stanno diffondendosi sono segnali di una nuova auto-organizzazione che cerca di sfuggire al signoraggio fiscale dello stato e di ricostruire una dimensione economica al riparo della rapacità finanziaria. Cerca anche, in positivo, di trovare soluzioni con meccanismi di solidarietà (vera) all’inefficienza degli apparati pubblici, ai patti di stabilità, al peso paralizzante del debito pubblico. Si sviluppano circuiti informali che rispondono ai bisogni di servizio, lavoro, consumo.

Tutto ciò basta ed abuntantiam a proclamare che oggi le questioni interne all’assetto istituzionale sono estranee all’agenda della società. E’ fuori tempo parlare di un federalismo o di una indipendenza chimeriche. Non è più sufficiente dare la colpa a “Roma”. Non ci casca più nessuno.

 

Imporre l’agenda di una nuova ecologia sociale e dei territori

Prima vengono le questioni sociali, comprese quelle ambientali che un rinato movimento a base territoriale, in sintonia con le nuove dinamiche sociali, deve metter al centro della propria azione. Demistificando l’ambientalismo di comodo – cinghia di trasmissione della sinistra e in definitiva del potere economico – che in forza di una autonomizzazione dei problemi ambientali da quelli sociali è riuscito ad utilizzare gli slogan “verdi” per imporre uno sfruttamento sociale ancora più duro, che si accompagna ad un potere tecnocratico ancora più pervasivo.

Il profitto oggi non è realizzato tanto dentro le fabbriche (oggetti sempre più archeologici nella loto forma “classica”) ma in tutta la società, nel territorio nella sua interezza. Essi sono oggetto dello sfruttamento “scientifico” da parte degli apparati tecno-scientifico-industrial-finanziari. Tramite il consumo eterodiretto, tramite lo scarico sulla società delle “esternalità negative” che molto concretamente significa una contaminazione pervasiva (“entro i limite di legge”) dei corpi, dell’aria, dell’acqua, della terra (già) fertile. Esternalizzazione dei cicli di produzione “sostenibile” che comporta “spalmare” il rifiuto ovunque possibile, trasformandolo in combustibile, in biomassa. Un consumismo inalterato che smaltisce in modo più economico il rifiuto cambiandogli nome e pervadendo tutto l’ambiente (e gli stessi corpi umani) delle scorie. Resistendo a questa forma di sfruttamento integrale, alla servità della gleba fiscale, rispondendo in positivo al crollo dello “stato sociale” con i suoi costosi servizi ormai impossibili da sostenere i territori possono (devono) riorganizzarsi. E’ un processo che si muove tutto nel piano sociale e che si esprimerà in corso d’opera attraverso nuove dimensioni della gestione della cosa pubblica. Negli Usa intere città di decine di migliaia di abitanti si autogestiscono come un “condominio”, sulla base di rapporti privatistici, non chiedendo nulla allo stato, alal contea, alal municipalità. Solo una mentalità soggiogata al potere statalico può impedire di pensare che la società può organizzarsi anche al di fuori dello stato, o almeno al di fuori di questo stato “moderno” vecchio di secoli. Le questioni delle aggregazioni, delle affinità, degli ambiti e delle dimensioni territoriali verranno da sé come conseguenza di una nuova organizzazoine sociale. Inutile mettere il carro davanti ai buoi.

Se ai temi dell’indipendenza, della macroregione si assegna il compito di assecondare questi processi  – riconoscendo senza mezze misure il primato di una rivoluzione sul piano sociale – l’indipendenza, la macroregione, l’euroregione potrebbero diventare bandiere e veicoli di una ripresa politica e la spinta sociale potrebbe imprime loro una forza propulsiva inarrestabile. Se, invece, come è strato fatto sino ad oggi dal leghismo in ogni sfumatura, il vitale contenuto sociale, ambientale, territoriale, di queste proposte politiche continuerà a restare sullo sfondo o del tutto ignorato (all’insegna di un vieto politicismo e istituzionalismo) allora le formule politiche “nuove” per quanto scintillanti resteranno vacui slogan aborriti come una delle tante declinazioni del politichese. Inutile fare riferimento a Catalogna e Scozia che sono un altro pianeta (anche se ai primi raduni sul Po, per quanto conditi di slogan sgangherati, un embrione di un’incipiente movimento sociale indipendentista poteva forse essere colto).

 

Il coraggio dell’inventare srumenti politici nuovi modellati sulla spinta sociale

Tornare ad una politica che interpreta i bisogni sociali non significa seguire la demagogia del “alla gente non frega niente di niente, della politica deve solo risolvere il problema di tirare alla fine del mese”. Tutt’altro. Significa avere il coraggio dell’autocritica e dell’innovazione rivoluzionaria. Significa capire che la situazione è rivoluzionaria (anche se non certo  nel senso del tumulto di manzoniama memoria).

Intanto va abbandonato senza rimpianti il settarismo leghista di cui sono affetti anche gli indipendentisti e la galassia ex-leghista. Può implicare imparare da chi, in questi anni (leggasi M5S)  sta sperimentando formule nuove e trovare  elementi e terreni di iniziativa comuni con queste forze di opposizione.

La Lega ha riprosto modelli otto-novecenteschi di cultura e organizzazione politica. Se si intende salvare qualcosa dell’esperienza politica trentennale si dovrà sperimentare nuove formule di partecipazione apolitica deguate ai tempi e fornire sbocco adeguato alle spinte sociali traducendole, senza troppe mediazioni e ferrivecchi, in azione politica. Non necessariamente copiando il M5S ma inventando (o re-inventando) formule che affondano le radici nella nostra storia fatta di comunità autogovernate, di assemblee comunitarie, di democrazia diretta. Senza paura di varcare le delimitazioni che la modernità ha imposto tra “sociale” e “politico”.  Dimenticando la “forma partito”.

 

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