Lecco? No Lecch! Quella mano invisibile che difende le radici

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Gentile Redazione, Ormai coinvolto nel dibattito “cartelli Lecch sì – cartelli Lecch no” – ho il piacere di trasmettervi una foto appena raccolta all’ingresso del capoluogo lecchese. Come ben potrete notare, una “mano invisibile” (come simpaticamente la definirebbe un novello Adam Smith) ha già provveduto a trasformare la “O” finale della parola LECCO in “H”, riportando la toponomastica del luogo alla situazione originaria.

Prevedo facilmente d’ora in avanti un continuo mettere e togliere quella “H”, così come ignote analoghe “mani invisibili” arcoresi provvederanno a cancellare la “E” finale della parola ARCORE, con gli amministratori piccati a inseguirli e a rimetterla. Un inutile spreco di energie nato da una mera ripicca politica, malamente mascherata da altre futili motivazioni, messo in atto senza tener conto in alcun modo dell’impatto culturale dirompente della cosa. Senza capire che il declino elettorale della Lega non corrisponde in alcun modo a un declino della “fame” di identità locale che la popolazione ha. Anzi.

Che dire dunque? Personalmente preferisco concluderne – serenamente e pacatamente –  che questo è quanto succede quando il dirigismo amministrativo vuole pervadere e dirimere sfere tanto potenti quanto inalienabili quali sono quelle che riguardano gli usi, i costumi, il folklore e l’identità più profonda della gente comune. Bastava un po’ di ragionevolezza per capire che il cartello Lecch non faceva male a nessuno, che anzi arricchiva anzichè depauperare il territorio della città di Lecco. Lo si è invece voluto caricare di significati politici, anche più che esageratamente amplificati rispetto agli intendimenti stessi della precedente Giunta, che aveva deciso per il cartello bilingue. Non si è capito che quel Lecch piaceva e piace davvero a tutti, in maniera del tutto bipartisan.

Forse sarebbe davvero il caso che le Giunte dei vari Comuni del territorio pensino a forme più serie ed efficaci per tenere insieme alleanze politiche, ad esempio amministrando bene e con oculatezza le poche risorse economiche a disposizione (e mai in questo momento tale sagacia appare tanto più opportuna quanto necessaria), piuttosto che correre dietro e prendersela con innocenti cartelli toponomastici in lengua, rimuovendoli con la speranza – inutile, a quanto pare- di cancellare una radicata identità linguistica.

Grazie per l’attenzione,

Renato Ornaghi

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