Le pseudo-democrazie sono quelle che si aspettano sempre un “Capo”

di PAOLO BONACCHI

Da tante parti, ma specialmente dall’ultimo dei nati contro il regime dei partiti, sale forte la voce di richiesta di un CAPO. Ma chi e è vermente un CAPO nell’immaginario collettivo e per quali ragioni viene cercato dalla gente? Ho così trattato l’argomento su: “Le radici naturali dell’ordine sociale e l’elica immortale“, il mio ultimo libro.

“Davanti alla politica i cittadini sono generalmente predisposti alla sottomissione e manifestano tendenze regressive del comportamento personale assumendo caratteristiche di irrazionalità, di impulsività e di abbandono della volontà cosciente. Riguardo al vero ed al falso non hanno mai dubbi; la segreta consapevolezza della forza collettiva della massa alla quale sanno di appartenere, li spinge a credere ciecamente all’autorità di un “capo” come strumento sicuro per risolvere rapidamente tutti i loro problemi. Il cittadino-massa non ha mai sete di verità ma di semplicità, di grande chiarezza, e anche di illusioni. Per atavico istinto di difesa tende a identificarsi in un gruppo (il partito, il sindacato, la massoneria, l’etnia, ecc.), che abbia le sue stesse caratteristiche ed essendo sempre predisposto all’obbedienza è pronto a orientarsi verso un qualsiasi capo.

La situazione politica italiana è oggi il terreno ideale per il verificarsi di una condizione favorevole a questa ipotesi. Via via che si arresterà la crescita economica e permanendo le gravi ingiustizie sociali e gli abusi della politica, il cittadino italiano medio molto probabilmente si orienterà sempre più verso la ricerca di un capo che in qualche modo corrisponda alle sue aspettative di autorità e di giustizia, di efficienza, di stabilità e di sicurezza.

Al cittadino ormai geneticamente suddito importa assai meno di quello che non si creda della libertà. E’ pronto a rinunciarvi pur di immaginarsi di ottenere ordine e una maggiore uguaglianza. Affinché il popolo possa riconoscere il capo, questi deve possedere alcune doti personali oppure deve essere il portatore di un’idea, di una fede, che è già segretamente presente nelle aspettative della massa. Egli deve essere l’impersonificazione di ciò in cui crede fanaticamente e possedere un prestigio personale in grado di suscitare stima, ma anche stupore ed ammirazione. Il capo è un bisogno irrazionale del gruppo e quindi della società che affida istintivamente a lui la sua sicurezza nei confronti dei pericoli esterni e la stabilità dell’ordine politico interno. Con il capo la Natura ricerca l’efficienza e la rapidità delle decisioni per salvaguardare la sicurezza del gruppo stesso. Istintivamente i cittadini lo sanno e segretamente lo attendono.

La straordinaria civiltà giuridica dell’antica Roma comprese questa tendenza naturale degli uomini e la compose in termini giuridici di eccezionale saggezza. Quando la Repubblica era minacciata da pericoli provenienti dall’esterno, oppure quando era turbato l’ordine interno, si sceglieva un uomo di grande virtù, saggezza ed esperienza e gli si conferiva il titolo di “dittatore”. Era il “capo” che il popolo avrebbe presto cercato da solo per risolvere i problemi immediati e che per esperienza si sapeva ne avrebbe prodotti altri di diversa specie. Il dittatore era il capo che dettava (dictare, da cui dittatore) le leggi, le regole, gli ordini che tutti dovevano rispettare e che avrebbero permesso di superare il momentaneo stato di difficoltà in cui la Repubblica si trovava. Al dittatore, venivano conferiti pieni poteri in relazione all’oggetto del suo mandato. ma per un tempo limitato. A nessuno era concesso di trasgredire impunemente questa regola. Esaurito il compito assegnato il capo tornava alle sue mansioni di cittadino. Il periodo della dittatura, segnava un momento di particolare difficoltà nella vita della società, che veniva superato con mezzi eccezionali, senza che l’ordine politico fosse irrimediabilmente compromesso, oppure interrotta la continuità della Repubblica. Dal 498 al 44 A. C. furono nominati ben 88 dittatori nella Roma antica.

I capi dei partiti politici di oggi, a differenza dei dittatori della Roma antica, fondano il loro potere su un patto tacito di “fedeltà” con i propri seguaci; fedeltà senza la quale nessuna aggregazione politica potrebbe realizzarsi. Sebbene il “patto di fedeltà” al partito o al capo del partito non abbia alcuna relazione col “contratto politico”, oggi influisce in modo determinante sulla formazione della legge e sul funzionamento dell’ordine sociale.

Il partito, infatti, esattamente come la mafia, la massoneria e certi gruppi di potere finanziario, è un “sistema chiuso” le cui regole di funzionamento sono incompatibili con quelle di un “sistema aperto” quale è la società. Per questa ragione l’introduzione del “patto di fedeltà” al partito o al suo capo cambia i rapporti fra gli elementi che compongono il sistema dell’ordine sociale e orienta il comportamento politico della massa verso la divisione e la conflittualità permanente per la conquista del potere, della ricchezza o dei privilegi che discendono dalla politica, avviando il processo di degrado che accresce la disuguaglianza e porta verso il disordine

E’ attraverso queste metafisiche politiche che nascono le pseudo-democrazie fondate sullo status quo artificiale e immutabile il cui cambiamento può avvenire o per mezzo di una solida rivoluzione culturale pacifica, o con una rivolta violenta.”

A noi non resta che aspettare che il popolo scelga quale fra le due strade intende dirigersi.

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