/

Le proteste leghiste? Un déjà vu che in tanti di noi non accende più nulla

di GIANLUCA MARCHI

Le manette agitate in Parlamento per denunciare lo scandalo del decreto svuotacarcerei (una sorta di indulto camuffato), un gesto che a molti ha ricordato il famoso cappio esibito nel 1992 da Luca Leoni Orsenigo ai tempi di Tangentopoli. All’Europarlamento di Strasburgo la contestazione nei confronti del presidente Napolitano in nome del no-euro e dell’Europa dei popoli contro l’Europa dei burocrati, scenetta del tutto analoga a quella del 2005 verso l’allora presidente Ciampi, tra l’altro condotta dagli stessi personaggi: Salvini, Borghezio e Speroni.

Insomma passano gli anni, tanti anni, troppi anni, e la Lega Nord fa parlare di sé, riempiendo giornali, televisioni e siti web, più o meno con le stesse proteste e i medesimi argomenti. Oggi, però, a chi ha creduto e anche condiviso le proteste di allora, resta un profondo amaro in bocca: sono passati gli anni, i lustri e persino i decenni, ma siamo qui a mettere in scena il medesimo teatrino, per il semplice fatto che non è cambiato nulla. Anzi, oltre a non essere mutata la situazione generale, quella del Nord si è profondamente deteriorata.

Colpa della Lega? Colpa delle scelte compiute nel tempo da Umberto Bossi? Colpa dei padani che non hanno dato al Carroccio la forza elettorale necessaria per cambiare le cose dentro il Parlamento italico? Sono gli interrogativi storici a cui ciascuno di noi spesso e volentieri dà risposte diverse a seconda dei punti di vista, delle sensazioni momentanee, delle delusioni subite. Non vogliamo ora stare qui a fare la radiografia del perché le cose sarebbero potute andare in modo e invece sono andate diversamente: questa tematica richiederebbe un approfondimento lungo e tormentato, che forse un giorno andrà fatto per essere quantomeno consegnato alla storia. Adesso, invece, resta la netta sensazione che un’occasione unica sia stata sprecata e che oggi, di fronte a un panorama assai peggiore rispetto a quello in cui la Lega è nata e cresciuta impetuosamente, noi tutti siamo però infiacchiti e senza più la volontà, per non dire addirittura la speranza, di poter cambiare le cose. Ripeto, le responsabilità sono diverse e molteplici, ma il dato di fatto è che oggi ci stiamo “suicidando” – metaforicamente ma non solo, come ha rilevato ieri un osservatore non certo tacciabile di nordismo o padanismo come il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni – e sembriamo andare ineluttabilmente verso questo tragico destino senza nemmeno la forza, non dico di opporci, ma neppure di obiettare.

Sono troppo pessimista? Forse sì e tuttavia penso che in tanti lo siamo diventati in questi anni, con l’aggiunta che il drammatico evolversi di questi mesi e di questi ultimi anni non fa che peggiorare tale condizione, anche perché ci risulta difficile riporre in qualcuno un minimo di speranza di riscossa (o meglio, ci attacchiamo all’istrione di turno che passa il convento, per poi rimanerne ben presto delusi). E’ come se stessimo aspettando il botto finale, se mai verrà, e poi sia quel che sia… In tale contesto le rinnovate proteste e i riproposti teatrini leghisti hanno, per molti di noi, lo stantio sapore del déjà vu purtroppo incapace di rianimare gli antichi ardori ormai dispersi. Per non dire sprecati.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Per una Poltrona Frau che va, poltrone che restano per il Nord

Default thumbnail
Articolo successivo

Morosin, referendum: basta traccheggiamenti, ora si va all'attacco