Le due vittorie di Pirro. C’è chi crede ancora nella secessione dolce… di Salvini dall’Italia

elezioni-comunali-bari-foggiadi CASSANDRA

Chi fa sport sa bene che quando arrivi primo, ti fanno i complimenti. Poi ti chiedono: e in quanti eravate? Perché un conto è correre con tre gatti, altra cosa è misurarsi con centinaia di potenziali rivali. In Emilia Romagna, epicentro del sorpasso salviniano su Forza Italia, e della vittoria del Pd renziano, la gara è stata decisa da poco più di un terzo dei votanti. Gli altri elettori che non hanno votato, li hanno mandati a quel paese. Hanno mandato a quel paese tutti, pure Berlusconi, Grillo. Tutti. Però in democrazia vince chi si presenta. Anche quando perde due volte, perché sia Pd che Lega di voti ne hanno persi. Alle regionali 2010, il Pd aveva preso 857.613 voti, la Lega 288.602. Il 23 novembre 2013 ne hanno presi rispettivamente 535.109 e 233.439. Forza Italia pure: da 518.108 a 100.478. Grillo, che comunque crolla rispetto al voto politico, è l’unico che avanza: passa da 126.619 a 159.456 voti, ma è una consolazione amarissima.

Per il Pd e la Lega possono essere due vittorie di Pirro. Come già accaduto per il Carroccio alle regionali lombarde del 2012. Occhio a non agitare solo slogan.

Trionfa così sulla carta la Lega, perché l’astensione, come era già accaduto per le europee, aveva alzato il quorum. Ma in politica tutti i numeri contano e pesano e dunque Salvini ora può capitalizzare il suo successo.

Ma la questione è, sia per il Pd che per la Lega: per governare e per stare all’opposizione di  che cosa? Di quel che resta dell’Italia, come titola l’ultima edizione di Limes. Dove, accanto a tante firme, vi si legge anche un saggio di Gilberto Oneto, “Morta è l’Italia, non la Padania”. Una speranza per Oneto, e per chi come lui crede ancora in una svolta indipendentista e identitaria. Di certo, il nuovo concetto di Paese per la Lega è agli antipodi. La Padania resta nel cassetto della politica, categoria archivio, invece Oneto la rimette sul tavolo, in gioco con lo scenario europeo che guarda alle piccole patrie, avendo però come bussola ancora la svolta di Salvini, “contenitore capace di raccogliere consensi anche fuori dal tradizionale bacino padano”.

Di certo gli eventi scozzesi e catalani ringalluzziscono gli animi di chi spera in una Padania un giorno libera, dopo però, aggiungiamo noi, che Salvini e Borghezio avranno liberato il Sud, e Roma, da questo Stato. Che colpevolizza intanto, in modo “cinico e abile”, ricorda Oneto, Regioni e Comuni, trasferendo tutti i mali del mondo nelle autonomie locali. Brutte, cattive e spendaccione.

Salvini, col vento in poppa, sarà capace di fare sintesi di quello che si agita? Il segretario del Carroccio ha davanti a sè tre anime: quella della Lega federalista che vuole penetrare al Sud per fare della questione della giustizia sociale una bandiera di tutti, e quindi farne bottino elettorale; poi c’è l’anima macroregionale, trasnazionale, comunale, regionalista, con forti spinte in Veneto, dove però lo sfarinamento indipendentista è drammatico; poi quella padanista, che non vuole lasciare il passo e che rilancia le proprie ragioni.

Il collante del nuovo corso è l’alleanza con le destre? O, si interroga Oneto, “l’idea di Padania è forte?”. “Oggi, più che nelle bandiere e nei legami tradizionali, essa si identifica con un territorio altamente produttivo… in un distretto economico che deve affrontare la crisi globale… e gravato dalla zavorra dello Stato italiano”. E dunque? Che si fa?

“L’impossibilità di costruire vere autonomie senza dove mettere pesantemente mano all’assetto generale costituisce il punto di totale diversità della situazione italiana rispetto a tutti gli altri casi europei. Questo non può non condizionare il disegno di espansione nazionale del nuovo corso leghista e lo obbliga a un’impostazione che non ammette ambiguità né timori: deve strutturare un progetto di separazione dolce”.

Aspettiamo la Lega anche a questo varco, dopo gli appuntamenti falliti con tutti i precedenti successi e strasuccessi elettorali pigliatutto. Chi vive sperando muore cantando.

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