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Le conseguenze non intenzionali del plebiscito veneto

di ALESSANDRO MORANDINI

“L’Italia è una ed indivisibile”: una norma giuridica ma anche una norma sociale. Da ora in avanti, pur conservando il suo valore giuridico, la norma potrebbe perdere la sua efficacia sociale; dipende dalla credibilità che i Veneti  attribuiranno al plebiscito. Se penseranno che quei due milioni sono voti veri, esprimere pubblicamente il desiderio di secessione dall’Italia non potrà più provocare disprezzo e vergogna. Diventerà un normale argomento di discussione politica. Al contrario, non ammettere che il desiderio di indipendenza è lecito ed esprimibile e che è giustificato il perseguimento della sua soddisfazione, apparirà un atteggiamento oscurantista e degno di riprovazione. Il disinteresse che i media hanno manifestato verso il plebiscito è dipeso dalla consapevolezza che quell’informazione avrebbe azzerato l’efficacia della norma sociale secondo la quale “lo Stato è uno ed indivisibile”. Non si è trattato di un generico disinteresse ma di un’operazione organizzata.

 

Le istituzioni pubbliche e l’espressione dei sentimenti

Se popolo ed organizzatori avessero potuto credere che la diretta ed immediata conseguenza del plebiscito sarebbe stata la dichiarazione d’indipendenza dallo stato italiano, il risultato della consultazione sarebbe stato molto più contenuto. L’Italia ha concesso ai responsabili, votanti ed organizzatori, l’opportunità di credere che il plebiscito non fosse altro che un grande sondaggio: il silenzio è, in questi casi, un’informazione.

Qui di seguito provo a spiegare perché i Veneti che hanno pensato al plebiscito in termini esclusivamente espressivi possono essersi sbagliati. Più precisamente spiego perché quei risultati, indipendentemente dal fatto che siano veri o gonfiati, potrebbero determinare conseguenze non intenzionali importanti.

 

Fare i conti senza l’oste

Le iniziative non sono tutte uguali. Un plebiscito che non ha valore giuridico può provocare attenzioni positive che un’iniziativa legale non avrebbe generato, ed attenzioni negative che un’iniziativa legale avrebbe generato. Le attenzioni positive sono quelle dei responsabili dei due milioni di voti. Le attenzioni negative sono quelle dello stato italiano e di tutti gli interessi che intorno ad esso ruotano. Queste ultime non si sono manifestate. Se è vero che i conti si fanno con l’oste, l’oste, in questo caso, non si è neanche fatto vedere, se non nell’evidente censura di una quota importante dei giornali italiani. Ma uno stato-nazione non è fatto solo di giornali.

E’ vero che non poche amministrazioni comunali ed esponenti della regione, in primo luogo il governatore Zaia, hanno aderito pubblicamente a questa iniziativa. Ma ciò non ha comportato alcun disguido rispetto al normale funzionamento delle istituzioni pubbliche italiane; che anzi hanno contribuito a consentire ai Veneti di esprimere, attraverso un’iniziativa privata, il loro sentimento.

 

L’intensità del desiderio di indipendenza e la scommessa dello stato italiano

Esprimere la propria preferenza in un plebiscito organizzato nel modo in cui è stato organizzato significa compiere un’azione il cui costo sociale è molto basso. Tra tutti i votanti solo qualche sciocco poteva pensare che la diretta conseguenza di questo sondaggio sarebbe stata, l’indomani, l’indipendenza del Veneto. I più avveduti hanno giudicato, giustamente, il plebiscito come una buona opportunità per manifestare collettivamente il desiderio di indipendenza.

Si può manifestare un desiderio pagando un prezzo molto alto oppure pagando un prezzo molto basso. Lo stato italiano è costretto a scommettere che il prezzo che i Veneti sono disposti a pagare per l’indipendenza è bassissimo. Non essendovi stato un dibattito pubblico tra tutte le parti in causa degno di questo nome, non essendo stati chiariti tutti i costi sociali che una eventuale dichiarazione di indipendenza comporta, non essendo esplicito il ruolo dell’Europa, è difficile stabilire quale tipo di determinazione si nasconda dietro questi milioni di voti.

Laddove tutta la faccenda dovesse concludersi senza l’immediata organizzazione di ulteriori espressioni di secessionismo individualmente più impegnative, crescerebbe più di un dubbio sugli  scopi, decisamente poco nobili, di tutta l’operazione.

Non intendo dire che fondare un nuovo partito è un proposito sbagliato o una presa per i fondelli. Intendo dire che questo nuovo soggetto dovrebbe poter esibire, come è già stato scritto, la forza organizzativa e militante di un vero partito. Viceversa il plebiscito si rivelerebbe una stupida e controproducente operazione di comunicazione.

 

La fine delle eroiche imprese di pochi grandi Serenissimi ed il rischio di perdere la faccia

Del plebiscito bisognerà, d’ora in avanti, considerare non solo l’effimero successo ma anche le concrete conseguenze. Tutte le azioni eroiche dell’indipendentismo veneto, in conseguenza dei risultati del plebiscito, non possono più apparire eroiche. Se prima del plebiscito la scarsa partecipazione alle marce silenziose ed alle altre manifestazioni non rappresentava, dal punto di vista indipendentista, un  grosso problema perché si trattava di trasgredire la norma sociale che prescrive che è inaccettabile pensare che il Veneto possa separarsi dall’Italia, ora eventuali insuccessi testimonierebbero il fatto che i Veneti stavano solo scherzando: desiderano raggiungere l’indipendenza stando comodamente seduti in poltrona di fronte alla tastiera del pc. A causa del plebiscito i Veneti rischiano ora di perdere la faccia e di rendere ancor più accidentata la strada verso l’indipendenza.

 

Tagliare i ponti alle proprie spalle

Quel milione di voti, siano veri o falsi, equivalgono, nella tattica militare, a distruggere i ponti alle proprie spalle per costringere il nemico a credere che si combatterà fino all’ultimo uomo. Una strategia dell’obbligarsi preventivo che può indurre chi si trova in una situazione molto favorevole a trattare.

Per tutto ciò che si è detto fino ad ora, il plebiscito costringe tutte le forze politiche più o meno seriamente orientate dall’orizzonte indipendentista, tutte le istituzioni private che percorrono il faticoso sentiero dell’indipendenza a radicalizzare lo scontro con lo stato italiano, se vogliono conservare la loro credibilità.

 

L’importanza dei partiti

La caratteristica di quasi tutte le azioni indipendentiste del nord Italia, plebiscito compreso, resta la mancanza di un coordinamento stabile; quello stesso coordinamento reso possibile da istituzioni private composte da numerosi individui intensamente e perennemente motivati, dotati di esperienza, in un certo senso professionisti della politica: i partiti. Quanto prima scritto relativamente alla disposizione dei Veneti a pagare o non pagare prezzi sociali alti o altissimi per soddisfare il desiderio di indipendenza è tema parallelo alla capacità di distribuire i medesimi costi. E questa capacità è il tratto che caratterizza le istituzioni private ben organizzate come i partiti veri. I partiti veri sopravvivono ai loro leader perché sono meccanismi ben funzionanti, che fanno rispettare regole finalizzate all’incremento del potere del partito. Un vero partito non è una persona che fa rispettare alle altre le regole utili ad incrementare il proprio potere.

Giusto ricordare che nessun popolo raggiungerà mai l’indipendenza senza una o più istituzioni private capaci di coordinare le azioni di tutte quelle persone per le quali l’indipendentismo non si traduce solamente nella pratica poco salutare di produrre commenti maniacalmente ripetitivi ad articoli letti da poche migliaia persone. Le buone ed interessanti discussioni devono essere il presupposto di buone ed efficaci azioni collettive.

 

L’equilibrio padano

E’ chiaro che l’indipendenza del Veneto è un fatto che non riguarda solo il Veneto. Piemonte, Lombardia ed Emilia non possono, da sole, mantenere il resto d’Italia.

Il sostegno del partito padano al plebiscito è stato, tra le altre cose, qualificato come inutile. La Lega non ha incrementato neanche di mezzo il numero dei votanti. Ma si tratta di un sostegno importante rispetto al rapporto che si va configurando tra l’Italia e le regioni padane. L’unico soggetto politico che si trova attualmente nelle condizioni di influenzare negativamente il funzionamento delle istituzioni politiche italiane generando serie contraddizioni in ordine alla mission dello stato-nazione  è la Lega Nord. Che è anche l’unico attore collettivo di dimensioni importanti che possiede l’organizzazione necessaria a distribuire i costi sociali che ogni individuo paga partecipando ad azioni collettive significative ed individualmente impegnative. Se la Lega Nord dovesse ulteriormente italianizzarsi e quindi ridimensionarsi, l’equilibrio padano (per il quale ad ogni soggetto convengono le azioni promosse dagli altri soggetti come si è visto in Veneto, in una escalation di sfide all’Italia) ne risulterebbe alterato a danno della Lega stessa e di tutto il mondo indipendentista.

So che tanti lettori di questo giornale oggi detestano la Lega Nord per vari motivi, in qualche caso anche banalmente personali, ma ci sono buone ragioni per pensare che tutta questa acrimonia non possa tradursi in un nuovo grande partito radicalmente indipendentista e più efficace della Lega. E’ però possibile e neanche molto improbabile che la Lega Nord si divida, o che, perseguendo la stabilità dell’equilibrio padano, gli italiani escano dal partito per fondarne di nuovi. Penso che in molti se lo augurino.

Se mi è permesso esprimere un parere personale, dubito che la Lega possa coscientemente perseguire azioni finalizzate al suicidio. Il che non significa che possa farlo incoscientemente.

 

Lo scorrere del tempo come ostacolo ad ogni possibile soluzione

L’Italia non può accettare il referendum per l’indipendenza del Veneto, non può correre questo rischio. L’indizione di un referendum avvierebbe un processo irreversibile che condurrebbe alla morte dello stato italiano, al disastro economico e sociale del sud Italia. D’altro canto l’equilibrio  che si è andato costituendo nelle regioni padane è sostenuto dalla convenienza che ogni soggetto politico indipendentista ha nel promuovere l’escalation di iniziative che in vario modo sfidano il dogma dell’unità stato italiano e gli interessi ad esso legati. Nessun soggetto indipendentista può alterare questo equilibrio senza danneggiare se stesso e gli altri. L’eventuale persistenza di un equilibrio padano determina, con il passare del tempo, l’incremento della forza negoziale delle regioni del nord e l’indebolimento dell’Italia. Mi posso ovviamente sbagliare, ma sono dell’idea che già ora questo divario rappresenti il più importante ostacolo rispetto alla ricerca di soluzioni definitive e accettabili da tutti: l’Italia non può più concedere ciò che il Veneto e le altre regioni non potrebbero, ormai, neanche più accettare.

 

Il peso della sconfitta

Se le prossime manifestazioni saranno un flop o se non seguiranno iniziative volte a misurare l’intensità del desiderio di indipendenza dei Veneti e le capacità organizzative di tutti i soggetti politici che li rappresentano, in Italia non si correrà il rischio di percorrere per qualche anno ancora un vicolo cieco al termine del quale lo scontro reale, corporeo tra popoli e Stato diverrebbe altamente probabile.

A pagare il prezzo più alto di questa poco onorevole via d’uscita sarebbero ovviamente tutti i popoli padani, tutti i partiti e le associazioni indipendentiste, tutti noi e poi i nostri figli ed i nostri nipoti, costretti dalla nostra ignavia a vivere la loro vita in un mondo mediterraneo ed antidemocratico che, incolpevoli, non si meritavano affatto.

 

L’Europa

Quanto scritto non tiene conto del fatto che le questioni italiane coinvolgono tutta l’Europa e che proprio in quelle sedi già si dovrebbe lavorare ad una onorevole soluzione pacifica. Ma può l’Europa prendere sul serio tutto ciò che riguarda l’Italia?

 

 

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