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Le colpe della Lega sono mille, ma noi siamo una barca de cuiuni

di GIANFRANCESCO RUGGERI

Da un lato leggo gli articoli di Facco, Marchi e Oneto, chi più, chi meno critici sull’attuale azione politica della Lega e più in generale sulle prospettive del mondo autonomista, dall’altra parte proprio oggi il parlamento catalano ha votato la “declaración sopranista” con 85 si, 41 no e 2 astenuti. Hanno votato a favore CiU, Erc e ICV-EUiA, ovviamente contrari i popolari, Ciudadans e i socialisti, il cui fronte però si è incrinato, perché 5 deputati su 20 hanno deciso di non partecipare al voto.

Sembrano due mondi differenti, il bianco e il nero, i catalani sulla giusta strada ad un passo dalla meta e i padani persi in un labirinto italico senza avere la benchè minima idea di cosa fare per uscirne. Non so se è veramente così, non so se veramente la Catalogna sarà il prossimo stato europeo come gridano a Barcellona, certo lo auguro loro di tutto cuore, sperando anche che facciano alla svelta, così che liberino la casella di “prossimo stato europeo” e lascino quel posto ad altri, magari a noi. Allo stesso modo non so se veramente noi siamo in una situazione così disperata come l’ha descritta Marchi, riuscirci ora o tacere per sempre, anche perché la storia spesso ha corsi e ricorsi talvolta imprevedibili.

Ovviamente il comportamento politico della Lega presta il fianco a critiche, che in genere si appuntano soprattutto sulle alleanze e su certi uomini che rappresentano il partito. Non sarò io a difendere alleanze e uomini, non voglio certo assumermi la responsabilità di scelte che non ho fatto, anzi semmai aggiungo una ulteriore critica indicando quella che considero la vera colpa della Lega. Infatti non mi stupisco, come fanno molti, perché questo o quello ha rubacchiato o si è avvinghiato alla poltrona, alla mia età mi sono reso conto della natura degli uomini e so anche che uno su 12 tradì Nostro Signore, né mi straccio le vesti per i giornalisti che la Lega ha mandato in Rai, cosa doveva fare lasciar tutto lo spazio disponibile ai Floris, ai Santoro, alle Annunziata? Riesco persino a non far caso con chi si allea a Roma, quindi il motivo per cui la critico è un altro: la critico per aver accantonato gli aspetti identitari.

Padania risulta spesso un nome vuoto, perché la Lega l’ha proposto, l’ha ripetuto, l’ha urlato, ma non l’ha mai spiegato, non gli ha mai dato dei contenuti, contenuti che pure esistono e che, solidi ed evidenti, sono sotto gli occhi di tutti, basta saperli cogliere, contenuti che Oneto sparge a piene mani ovunque gli diano spazio e che pur tuttavia pochi padanisti conoscono. Politicamente potevo accettare tutto, a condizione che a livello locale si tenesse per lo meno il piede sull’acceleratore della riscoperta identitaria. Dobbiamo subirci una marea di porcate politiche in quel di Roma? Dobbiamo tollerare che qualcuno dei nostri si venda e si faccia corrompere dal fascino del potere? Va bene, va bene tutto, però a Marostica, Bottanuco, Fontanellato, Bergeggi e nei mille borghi di Padania, porcaccia maiala, alla nostra gente spieghiamo chi è, torniamo ad usare le nostre bellissime maderlèngue, ad insegnarle ai bambini, facciamo dei Tg in maderlèngua, recuperiamo la nostra storia, le nostre tradizioni, studiamo e conosciamo il nostro territorio, ecc, ecc. Il problema non è quindi la qualità dell’azione politica della Lega, su cui ognuno di noi la può pensare come vuole, il problema è che ha completamente abdicato dallo svolgere la sua funzione identitaria. A Roma poteva fare quello che voleva, ma sul territorio doveva far maturare nella gente la stessa autocoscienza che c’è in Catalogna, in Sud Tirolo o in Ladinia. Finchè i nostri vicini di casa pensano di essere italiani o al massimo italiani del nord non andiamo lontani, anzi continueremo a prenderla in saccoccia.

Detto quello che dovevo dire sulla Lega, credo di avere maturato l’autorevolezza per aprire un secondo fronte su cui mi pare si parli poco e si rifletta ancor meno. Tornando alla Catalogna è vero che tutto brilla e luccica, ma nessuno ricorda che i sobranisti hanno la maggioranza dei seggi, perché i catalani hanno dato loro la maggioranza dei voti. Mettiamolo il dito nella piaga, dopo aver riempito di critiche la Lega, Bossi e Maroni, mettiamolo il dito nella piaga e diciamo che la colpa è anche e forse soprattutto nostra, perché siamo abituati a tacere, subire e pagare. La Lega avrà mille colpe, ma i padani ne hanno un miliardo, perchè la Lega non ha mai avuto neppure la metà dei voti di cui oggi godono i catalanisti sobranisti, neppure nel suo momento migliore quando alla metà degli anni ’90 era dichiaratamente secessionista, priva di alleati scomodi e di tutto il resto. Questo è un fatto ed è colpa dei padani che hanno continuato a votare per partiti italianisti, perché “senò come fai con la nazionale di calcio se fai la secessione?” I catalani prima di votare, sanno già chi sono: noi no! A parte forse una parte dei lettori dell’Indipendenza…

Diciamocelo francamente, la massa dei nostri concittadini si lamenta e si lamenta, ma alla fine della fiera gli va bene così. Le nostre maderlèngue? Troppa fatica trasmetterle ai figli e allora le lasciamo morire. Le nostre tradizioni? Uff, chissenefrega ormai il mondo è globale. La nostra storia? Che palle, sono già andato a scuola tanti anni fa e ora basta, non fa niente se a scuola sono hanno imbottito di stronzate italiche. In politica poi non ne parliamo, si vota sull’onda dell’emozione, inseguendo chi la spara più grossa, chi è più simpatico, chi ha lo slogan giusto o più semplicemente chi sta all’opposizione, giusto per cambiare, perché quello che governa non va mai bene e allora ecco spiegato, perché ad ogni elezione si cambia governo e si passa da destra a sinistra e viceversa. Tutti privi di una visione che vada oltre la punta del naso e oltre la scadenza elettorale immediata, tutti privi di un coscienza identitaria… a parte forse una parte dei lettori dell’Indipendenza.

Quindi volete criticare la Lega? Bene, fatelo, poi però critichiamo anche tutti i nostri confratelli, non per niente definiti da tempo una barca de cuiuni, e troviamo il modo per dar loro una bella sveglia, senò forse non taceremo per sempre come paventa Marchi, ma di sicuro resteremo in pochi a urlare. Credo sia opportuno chiudere con le parole di Thomas Sankara, uomo politico burkinabé, secondo cui lo schiavo che non organizza la sua ribellione, non merita compassione per la sua sorte.

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