Le agenzie di rating motore della crisi dell’Euro? Gli svizzeri dicono di sì

di GIANMARCO LUCCHI

Da mesi ormai la rivolta nei confronti delle agenzie di rating e del loro ruolo nell’evoluzione della crisi del debito in Europa si fa sempre più forte, anche se in pratica non succede nulla: i declassamenti si ripetono, le proteste si elevano, ma il giorno dopo tutto riprende come prima e il copione si ripete con tutti i media che che amplificano la notizia dell’ennesimo downrating. E i mercati che ci sguazzano.

L’assegnazione di giudizi specifici agli Stati e agli istituti finanziari hanno ripercussioni immediate sui mercati. Di fatto, per una società come per uno Stato, la perdita della nota massima – la famosa “tripla A”, simbolo di solidità finanziaria – si traduce con un rialzo dei tassi di interesse di mercato. Il rimborso del debito di uno Stato risulta così più difficile.

Ma oltre a questo ruolo da più parti ritenuto troppo invasivo, anche la parzialità delle agenzie di rating – tutte americane – suscita accesi dibattiti. La scorsa settimana persino la Commissione europea ha espresso il proprio disappunto. «È interessante notare come ogni volta che la situazione finanziaria si degrada negli Stati Uniti, alcune agenzie di rating puntano il dito contro l’Europa», ha dichiarato la vicepresidente Viviane Reding. Per risolvere il problema, gli ambienti politici europei – e in particolare il ministro francese dell’economia Pierre Moscovici – propongono la creazione di un’agenzia di rating privata europea: proposta non nuova, ma che finora non ha fatto un solo passo avanti.

Qualcuno che non condivide tale impostazione arriva a parlare di una paranoia europea nei confronti degli Usa.  Tuttavia ci sarebbe anche del vero, almeno secondo uno studio pubblicato pochi giorni fa dall’università di San Gallo, che sostiene come sarebbero le stesse agenzie di rating a «provocare la crisi».

Realizzato dagli economisti Manfred Gärtner e Björn Griesbach, lo studio passa in rassegna i dati relativi a 25 paesi dell’OCSE tra il 2009 e il 2011, e mette in evidenza le conseguenze nefaste che un abbassamento della nota attribuita da queste agenzie può avere sui diversi Stati. Gli interessi si fanno sempre più cari man mano che la nota diminuisce fino a raggiungere l’insolvibilità. E una volta superata questa soglia, la spirale discendente porta dritta dritta al fallimento. Una situazione dalla quale «non si può riemergere da soli», notano gli autori.

Per i paesi che devono accontentarsi di una A, o di una nota ancor più bassa, è sufficiente anche un solo avvertimento di declassamento per creare il panico e aggravare la situazione, spiegano i ricercatori. Lo studio rileva inoltre che anche gli Stati meglio quotati non sono esenti da rischi: il passaggio da una tripla A a un’A+ può infatti creare enormi difficoltà.

Per la verità le critiche al sistema di classificazione potrebbero lasciare il tempo che trovano: ci fosse un altro sistema, gli effetti macroscopici non sarebbero molto diversi. Tuttavia i ricercatori svizzeri ritengono che dal 2008 molti paesi europei sono stati valutati in modo diverso rispetto agli anni precedenti la crisi dei subprime e anche rispetto ad altri paesi extraeuropei. In altri termini, sarebbero stati sfavoriti. Alcuni declassamenti risultano incomprensibili agli occhi degli autori e «non sono legati a un deterioramento della situazione finanziaria o economica». Secondo i loro calcoli, diversi Stati europei hanno perso troppi punti nella graduatoria rispetto al deterioramento reale della loro economica. «La Spagna ad esempio avrebbe dovuto scendere soltanto di mezzo punto, ma ne ha persi tre». Un giudizio troppo severo sarebbe stato applicato anche a Irlanda, Portogallo e Grecia. Il verdetto dei ricercatori sangallesi è senza appello: «Bisogna considerare le agenzie di rating come il motore principale della crisi del debito europeo».

Giustificate o meno che siano, le critiche degli economisti svizzeri arrivano in un momento particolarmente teso, reso ancora più difficile dalle recenti dichiarazioni delle agenzie di rating. Moody’s ha infatti messo sotto osservazione la Germania, prima economia dell’Unione europea e principale paese esportatore. La ragione? L’incertezza legata al debito pubblico di Italia e Spagna e il futuro incerto della moneta unica. Stesso responso per Paesi Bassi e Lussemburgo. Al momento, soltanto sei paesi della zona euro mantengono la tripla A. Tra questi, soltanto la Finlandia gode ancora di una «prospettiva stabile», secondo Moody’s.

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