La Svizzera dice basta alla gestione all’italiana degli orsi

di MICHELE CORTI*

La vicenda di M13, l’orso abbattuto la scorsa primavera in Val Poschiavo nel Canton Grigioni, ha lasciato una serie di straschi e di polemiche che le autorità svizzere sono decise a non dover ancora subire. Messo sotto accusa dalla popolazione della valle, che chiedeva l’abbattimento del plantigrado già nel 2012, dagli ambiental-animalisti elvetici e italiani il Canton Grigioni èsi è mosso con una presa di posizione molto netta: “L’Italia deve abbattere gli orsi problematici prima che arrivino sul territorio elvetico”. Con un comunicato stampa del 6 agosto il Governo grigionese rendevava noto di “aver pregato, con un’istanza scritta, il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) di prendere contatto il più rapidamente possibile con le autorità italiane in vista di una gestione pragmatica degli orsi problematici”. La nota ufficiale proseguiva aggiungendo che “Questi orsi costituiscono un ostacolo all’accettazione del grande predatore da parte della popolazione locale” e arrivava al sodo: “L’abbattimento di orsi problematici deve perciò poter avvenire in una fase precoce nel loro territorio originario. La popolazione di orsi che sta attualmente prosperando in Trentino permette senz’altro l’adozione di simili misure”.

Ora Berna accoglie in pieno le posizioni dei Grigioni. Lo fa, per ora in modo ufficioso, con una intervista del 10 agosto al Tages-Anzeiger rilasciata da Reinhard Schnidrig, capo della Sezione Caccia, pesca, biodiversità forestale dell’Ufficio Federale per l’Ambiente. Schnidring, non aduso ai bizantinismi italiani parla chiaro: “Non possiamo risolvere da soli la questione degli orsi problematici. Dobbiamo trovare una soluzione sovranazionale che valga per tutto l’arco alpino”. Ma, e qui arriva il bello, l’ispettore della caccia federale deplora che le autorità italiane si “inginocchino” davanti alle organizzazioni animaliste “e aspettino molto a lungo prima di agire”. Nell’interesse di tutti i Paesi alpini, aggiunge, è necessario che i pochi plantigradi problematici siano eliminati rapidamente. Solo in questo modo è possibile fare in modo che le popolazioni confrontate con l’orso possano accettarne la presenza. “Ricevendo sul proprio territorio orsi problematici che poi vanno uccisi, la Svizzera raccoglie sola tutte le critiche”, aggiunge l’esperto dell’UFAM, osservando che le Province italiane del nord hanno condiviso le decisioni elvetiche. La critica, come accaduto nel 2008 con l’abbattimento dell’orso JJ3, non viene dalle regioni limitrofe, ma da Roma. “Lì, il nostro ambasciatore deve farsi avanti con il ministro dell’ambiente”.

Con il prossimo passo dell’ambasciatore svizzero la vicenda degli orsi conoscerà un’escalation senza precedenti. L’irresponsabile politica italiana consistente nella politica dello struzzo, nel lasciare che esperti e organizzazioni (con palesi fini di parte) condizionino aspetti importanti della gestione dell’ambiente e del territorio, rischia di costare l’ennesimo sputtanamento internazionale ad un paese che sta già subendo da troppo l’oltraggio di propri soldati sequestrati con l’inganno dall’India. Chissà come reagirà alle accuse di Berna la stampa di regime in Italia? Se il buon giorno di vede dal mattino… si deve prevedere una tempesta. Già le parole di buon senso del Governo di Coira avevano scatenato le polemiche da parte della stampa italiana, molto sensibile all’ambiental-animalismo da salotto, da Yoghi e Bambi, prona al conformismo di turno e pronta – per evidenti motivi politici – ad approfittare di ogni occasione per screditare la Svizzera. Il motivo di questi latenti sentimenti anti elvetici tenuti vivi dai media (che non vedono l’ora di aggiungere altri argomenti a quelli del riciclaggio e del “paradiso fiscale”) è semplice: basti pensare che la petizione online per l’annessione alla Svizzera della Lombardia, partita quasi per scherzo, ha raggiunto 30 mila sottoscrizioni. Nelle aree di confine (Sondrio, Como, Varese), ma anche più in là, l’insofferenza per il sistema fiscale sempre più oppressivo di Roma, la corruzione della Pubblica Amministrazione, l’inefficienza dei servizi, il declino – ormai non più solo economico dato i pochi giovani se possono scappano all’estero – è crescente e coloro che possono fare i confronti con quello che succede oltre confine ne traggono amare conclusioni. Così cresce la delegittimazione del sistema politico italiano.

La questione degli orsi, del resto, è uno specchio emblematico della realtà italiana. Per diversi motivi. Innanzitutto balza agli occhi come persino la PAT (la provincia autonoma di Trento), che pure gode di ampie competenze in alcun materie, deve dipendere dai bizantini, farraginosi, contorti meccanismi decisionali romani se vuole acciffare un plantigrado. Lorenzo Dellai ex presidente della PAT ha cercato di rendere più spedite le procedure per la “rimozione” degli orsi (in Italia di abbattimenti non se ne parla per paura reazioni isteriche degli ambiental-animalisti). Dellai, però, si è scontrato contro due ostacoli: 1) la propria tecnoburocrazia: il Servizio Foreste dove Claudio Groff è responsabile della materia faunistica ed è diventato il “papà degli orsi” più propenso ad obbedire ai tecnocrati orsologi del Parco Adamello Brenta che alla politica; 2) il Ministero, vincolato dai pareri dell’ ISPRA (Istituto superiore per la protezione dell’ambiente) che, a sua volta, pende dalle labbra dei Comitati scientifici composti dagli studiosi dell’orso e dalle organizzazioni ambientaliste. Gente tesa a difendere i propri interessi.

Il perché in Italia non sia possibile una “normale” gestione della fauna sta tutto qui. L’orso come presentato nella campagna di finanziamento del WWF: un simpatico birichino , esattamente come l’orso Yoghi. Come temere questo peluchone? Inutile sottolineare quanto siano educative queste immagini ai fini di una corretta referenza con la realtà della fauna selvatica In più di una occasione la decisione della PAT (su sollecitazione del Presidente in persona) è stata bloccata dai ricorsi del Governo di Roma al Consiglio di stato. Quest’anno, alla fine, Roma ha autorizzato la cattura dell’orso M11. Un esemplare di due anni e mezzo che già lo scorso anno si avvicinava in modo preoccupante alle persone lasciandosi fotografare a distanza ravvicinata in pieno giorno e in spazi aperti. Le stragi di animali, comprese vacche adulte, sono andate avanti per un bel pò questa primavera tanto che sono state organizzate nuove manifestazioni di protesta (dopo quelle dello scorso anno). I sindaci ne chiedevano l’abbattimento. Poi, finalmente, quando a giugno di quest’anno è arrivato il placet romano per il trasferimento di M11 al centro di detenzione degli orsi pericolosi (al Casteller, nei pressi di Trento) l’orso è sparito nel nulla. Apparirà altrove a fare disastri o è stato vittima dell’esasperazione di qualcuno che – come succede spesso nel paese di Pulcinella – ha pensato di farsi giustizia da sé (veleno o fucilata con silenziatore?). Esito inevitabile di fronte ad uno stato che resta inerte davanti a stragi seriali di animali domestici ma anche di fronte al pericolo rappresentato da predatori che hanno perso qualsiasi timore nei confronti degli umani.

Ogni anno in Italia centinaia di lupi (e qualche orso) sono uccisi dal bracconaggio. Finiscono la loro vita tra sofferenze atroci perché i sistemi per sopprimere i Grandi Predatori senza rischio di essere scoperti sono spesso crudeli. Ma alla superficiale coscienza ambiental-animalista di chi vive a Milano o a Roma va bene così. Va bene così soprattutto alle organizzazioni ambientaliste che speculano senza pudore su questa politica ipocrita: davanti la facciata del “paese che garantisce la massima tutela in Europa a orsi e lupi”, sul retro di un bracconaggio diffuso che viene formalmente criminalizzato ma, sotto sotto, tollerato: “In assenza di bracconaggio – ha detto Luigi Boitani, il massimo lupologo italiano ed europeo – ci troveremmo i lupi fino in casa” (vedi articolo su Ruralpini). Agli ambientalisti importa solo davanti al loro “pubblico” dimostrare che grazie a loro nessuna uccisione legale di grandi predatori è possibile nel paese (di Pulcinella).

Credo sia bene che gli amici svizzeri sappiano che, al di là del confine, la politica sull’orso la decide, de facto, il WWF (e Legambiente), direttamente o tramite gli esperti loro vicini o comunque interessati a non scontrarsi con le potenti organizzazioni istituzionalizzate per non perdere finanziamenti. La cosa, a parte l’autoreferenzialità e l’umiliazione della democrazia, è particolarmente irritante perché questi soggetti operano a loro scoperto vantaggio economico. Le polemiche contro la Svizzera per l’abbattimento di M13 stanno servendo al WWF per una campagna senza pudore per battere cassa. “Gli svizzeri condannano a morte gli orsi, aiutaci a salvarli”. Come? Dando soldi a loro. Le immagini sotto sono tratte dal sito del WWF Italia (http://www.wwf.it/orsobruno). Notare il livello dell’ “informazione scientifica”. Mentre gli orsi trentini si stanno moltiplicando (sono più di 50) il WWF, per sollecitare alle donazioni dice: “sono rimasti 35 orsi sulle Alpi”. Ma come “rimasti”? Non ne era rimasto più uno e ora son più di 50! Questa è la “gestione faunistica” di Pulcinella. E si capisce bene perché, a parte le motivazioni politiche sopra richiamate, convenga al business dell’ambiental-animalismo attaccare la Svizzera appena possibile. In attesa delle reazioni isteriche alla presa di posizione di Berna…

Come dicevamo: se il buon giorno si vede dal mattino… Il giorno 8 corrente mese il quotidiano Il Giorno nell’edizione di Lecco sparava già le sue bordate: “Sulla pelle dell’orso s’infiamma la battaglia tra l’Italia e la Svizzera Protetto in Lombardia, i Cantoni vogliono ucciderlo”. Questo il titolo. Nel testo poi si arrivava ad affermazioni diffamatorie tese a far credere agli ignari lettori (quelli della Valtellina non ci cascherebbero in quanto maggiormente informati, sia pure in modo distorto). Nell’occhiello si leggeva: “Da una parte del confine si lotta per scongiurarne l’estinzione, dall’altra lo vorrebbero come trofeo di caccia. È la battaglia che si gioca fra Italia e Svizzera sulla pelle dell’orso bruno, reintrodotto con fatica sulle Alpi, ora a rischio dopo le dichiarazioni del governo cantonale del Canton Grigioni”. Si fa credere che i “barbari” svizzeri non aspettino altro che fucilare i poveri orsi e che il primo cacciatore a caso possa impiombare il plantigrado e impagliarne il trofeo. Una (dis)informazione indecente. L’incauto Federico Magni, dopo essersi dolto che in Lombardia di orsi ce ne siano troppo pochi e non ancora stanziali, si azzarda in un’affermazione che in Svizzera avrà fatto sobbalzare più d’uno: “Sono animali che affrontano molti pericoli e possono morire. Anche per un confine sbagliato”. Ma quale “confine sbagliato”? 30 mila lombardi hanno firmato online una petizione per essere annessi alla Svizzera e pensano che il confine sia sbagliato perché non viene molto più in giù e tu ritiri fuori le rivendicazioni fasciste del “confine naturale”? Si rendono conto di cosa stanno scatenando per una stupida bestia (non si dica che M13 che scalava montagne, aveva la passione per passeggiare in paesi e città, si è scontrato con un treno, fosse un orso intelligente).

A queste provocazioni della stampa italiana le reazioni svizzere (poschiavine) non si sono fatte attendere. Livio Mengotti di Poschiavo ha scritto al direttore: “Io sono stato parlamentare del Comune di Poschiavo, sono stato nell’esecutivo del Comune di Poschiavo, sono stato parlamentare del Cantone dei Grigioni e per questo come rappresentante di una comunità di 180’000 persone mi sono sentito veramente offeso dall’articolo del suo giornalista Federico Magni È un articolo bugiardo e disinformativo che non giova certo alla causa dell’orso e ai buoni rapporti fra Svizzera e Italia. È troppo semplice usare titoli da guerra e deformare la verità per fare cassa”. Crameri, scrivendo direttamente a Magni che aveva scritto che: “M13, nipote dei primi animali spostati dalla Slovenia. La sua eccessiva curiosità lo spingeva fin dentro i centri abitati e una volta che aveva messo piede in Svizzera era stato immediatamente ucciso.” ribatte: “Si informi. È stato inseguito nei Grigioni dai guardiacaccia per due anni. Ha tenuto in apprensione tutte le famiglie che in estate passano le vacanze sui maggesi. Quasi ogni notte è stato impallinato con pallottole di gomma alla periferia dei centri abitati. Ha rincorso una mamma su un maggese che è riuscita a rifugiarsi in casa. È entrato in un alto maggese e si è mangiato le patate. Ha visitato una scuola alle 6 di mattina distruggendo l’apiario didattico, per cui le mamme non volevano più mandare i bambini a scuola. Ha inseguito due turisti lungo la strada turistica del lago di Poschiavo. Ha spaventato una bambina davanti a casa sua, che è stata ricoverata per lo spavento subito. Dopo mille discussioni, sedute, polemiche, proteste e dopo il rifiuto della Provincia di Trento di riprendersi l’orso e metterlo nei recinti che la stessa Provincia ha creato per questo tipo di orsi, DOPO DUE ANNI di spaventi è stato ucciso. E lei si permette di scrivere “ucciso immediatamente!” Un affronto a quelle oltre mille persone vissute in ansia per due anni. Ancora una volta gli Svizzeri parlano pane al pane e vino al vino (come piacerebbe anche a tanti italiani). Scribacchini a parte vale la pena riportare anche le ineffabili dichiarazioni del “papà degli orsi trentini”, il già citato Claudio Groff. Il responsabile della gestione degli orsi trentini, il classico tecnocrate verde unto dal signore che segue il principio “negare sempre” che nega che gli orsi possano essere pericolosi, che non ammette sbagli nella gestione, che minimizza ogni preoccupazione della popolazione e l’impatto degli orsi sulle attività tradizionali, intervistato della radio svizzero tedesca SRF ha ribadito che: “vanno rispettate direttive precise”.

Lo abbiamo capito, ma sono proprio queste direttive scritte dagli orsologi italiani che non vanno bene. Groff ritiene che “gli orsi problematici si rivelino come tali in Svizzera perché il territorio è più densamente popolato e quindi i contatti con l’uomo sono più frequenti”. E qui dobbiamo proprio rilevare che l’Italia è un paese destinato ad un declino inesorabile se i tecnocrati si permettono di dire cosi simili facendo finta di inorare cosa cice, cosa pensa, coda fa la gente. Lo si chieda ai trentini se non ci sono orsi che si “manifestano problematici” in Trentino? Lo si chieda ai pastori, che non possono più caricare alcune malghe, lo si chieda a chi non va più a funghi o a far legna, a chi va nel bosco solo con la pistola carica. In Trentino il “consenso” per la presenza degli orsi di Groff e del Parco è crollato (da rilevazioni demoscopiche ufficiali della PAT) dal 70 al 30% e, proprio questa estate, è pattita una petizione popolare “per liberare il Trentino e i trentini dagli orsi” (vedi sotto). E Groff diche che “non si manifestano problematici in Trentino”.

da: www.ruralpini.it

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2 Comments

  1. La soluzione di tutti i numerosi e crescenti problemi che la politica di Roma ci ha posto e ci pone non può che essere risolta in un solo modo che Roma ( obtorto collo ) ha sempre capito ………

  2. INCREDIBILE !! 1 (UNO) ORSO TIENE IN SCACCO E IN APPRENSIONE MILIONI DI PERSONE.
    ORMAI L’UOMO VIVE FUORI DAL MONDO REALE ALMENO QUELLO CHE ERA FINO ALL’ALTRO IERI ….VORREBBERO IL TELECOMANDO ANCHE PER L’ORSO…..

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