La spesa pubblica, l’unico programma dei partiti per non andare mai a casa

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di  ALESSANDRO GUASCHINO – Che l’Italia non sia riformabile siamo tutti d’accordo, che l’unica soluzione sia la Padania indipendente anche. Una bella cosa sarebbe organizzare riunioni con gruppi di industriali, commercianti, artigiani, pensionati, ecc. e vendergli il prodotto “Padania”, che per essere credibile dovrebbe partire scopiazzando la Svizzera, quindi ognuno sa quali saranno le leggi, la fiscalità, che il modello funziona.
Ma torniamo alla irriformalità dell’Italia. Non dimentichiamoci che esiste una scuola economica, la keynesiana, che suggerisce che in momenti di crisi la spesa pubblica deve aumentare e non diminuire. Miele per le orecchie dei politici e non dimentichiamoci che le dottrine keynesiane vengono applicate in Italia da oltre trent’anni: se funzionassero il suditalia sarebbe l’area più ricca del pianeta…..
Immaginiamoci il lavoro dei tagliatori di spesa pubblica assunti in questi anni, un occhiata al bilancio, vengono suggerite alcune sforbiciate non gradite, le auto blu (simbolo di potere dei politici) tagli a stipendi e vitalizi di politici (se attuate il governo che si regge su maggioranze traballanti risicate cadrebbe subito), poi si passa ai tagli consistenti, quelli che permetterebbero di abbassare considerevolmente la pressione fiscale e quindi far ripartire il paese, gli interessi sul debito pubblico, ma tagliarli vuol dire fare default e fare fallire in serie le banche italiane inzuppate di titoli di debito pubblico.

Le principali 4 voci di spesa pubblica, che da sole impegnano metà del bilancio sono gli interessi, i dipendenti pubblici, le pensioni, la sanità.
Dopo gli interessi viene suggerita la riduzione di dipendenti pubblici ed il taglio degli stipendi ai rimanenti, poi il taglio delle pensioni che percepiscono più di quanto versato, pensioni d’oro, pensioni sociali, baby pensioni e pensioni pubbliche. Se sommiamo queste categorie di pensionati più i dipendenti pubblici ed i loro familiari abbiamo il partito di maggioranza in Italia, Renzi si vantava del 40% di voti alle europee che corrispondeva ad un misero 8 milioni di voti ( al voto sono andati il 50% degli aventi diritto, quindi 20 milioni e di questi il 405 ha votato per lui, 8 milioni….) senza contare che la maggior parte di questi “beneficiati” proviene dal meridione, quindi ci sarebbe il crollo dell’economia meridionale basata in gran parte sui trasferimenti di Stato.
Infine la Sanità, gran mangiatoia di partiti (insaziabili) e politici e sede di politici trombati (insieme alle partecipate).
Quindi il Primo ministro di turno guarda sconsolato i numeri, riflette sulle conseguenze politiche (immediata caduta del governo e necessità di trovarsi un lavoro), mette il lavoro del tagliatore di spesa pubblica in un cassetto e ricomincia la solfa: spesa pubblica in aumento quindi aumento di tasse e debito per sostenerla. Ad ogni aumento di tasse ormai corrisponde una diminuzione di gettito, quindi altre tasse ed altro debito per coprire il buco. Il punto di non ritorno è ancora lontano, ci può ancora essere un prestito dalla troika, una patrimoniale, la vendita delle riserve auree, delle spiagge, delle ultime aziende pubbliche comunali, poi l’Italia sarà come la Germania nel 1945: un paese in macerie e pieno di disoccupati affamati senza casa.

 

*Pubblichiamo anche sotto forma di editoriale il commento di questo lettore ad uno dei nostri servizi (Debito pubblico, spese per migranti: Renzi chiede lo sconto a Bruxelles per non tagliare gli sprechi).

 

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