La santa alleanza Maroni-Tremonti benedetta da don Bossi

di ANONIMO PADANO

Perbacco, Roberto Maroni e Giulio Tremonti insieme, alleati in una nuova avventura elettorale che passa dalle regionali lombarde per arrivare alle politiche nazionali. Chi l’avrebbe mai detto? Eh sì, perché i due ex ministri dei governi Berlusconi notoriamente non sono mai stati “pappa e ciccia”. Il Giulietto mezzo valtellinese e mezzo trentino, nonostante il suo allure professorale, ha sempre mantenuto un feeling con il Vecchio Capo della Lega, l’Umberto “Magno” Bossi. E come ufficiale di collegamento s’è sempre inserito il dentista di Bergamo (che poi proprio dentista non dev’essere), il Roberto Calderoli, considerato il leghista più vicino all’armata berlusconiana, complice il sodalizio con Aldo Brancher. Dei quattro dell’ave maria (Bossi, Calderoli, Tremonti e Brancher) si ricordano spesso i raduni nel pensatoio di Lorenzago, compresa la famosa cena degli ossi, ora andata ingloriosamente in pensione. A quei consessi il ministro di polizia non è mai stato ammesso e fors’anche non ha mai voluto partecipare, visto che di quel quartetto l’unico con cui, almeno pe runa fase, ha avuto sintonia è stato l’Umberto.

Poi nella Lega succede tutto quel che sappiamo, dalla Tanzania a Belsito, dai diamanti al Trota e compagnia cantante, mentre il professor Tremonti, costretto a lasciare la guida della baracca Italia (perché era lui che la governava, checché ne dicesse e ne pensasse il Cavalier Tentenna), abbandona sdegnato il Pdl e si mette in proprio, dando vita a un decalogo per far risorgere la baracca e un movimento dal nome un po’ freddino 3L. Infine, ed è cronaca di qualche giorno fa, ecco i due ex non amici diventare improvvisamente sodali e siglare un’alleanza elettorale che vede Tremonti appoggiare la non facile corsa di Maroni alla presidenza della Regione Lombardia e le due sigle, Lega e 3L, alleate per le politiche 2013, con magari il fiscalista professor Giulio candidato premier. Sempre che il ruolo non sia stato già promesso (con relativa accettazione) al +/- maroniano di tutti i capataz leghisti, il sindaco di Verona Flavio Tosi, che si vuole tenere allenato per scalzare l’insidioso Luca Zaia dalla guida della Regione Veneto nel 2015.

Cosa ha fatto scoppiare il feeling Maroni-Tremonti? Beh, il primo, non sapendo ancora se riuscirà a fare un’alleanza o meno con il Pdl o quel che resterà per strada dopo le mattane del Berlusca, ha bisogno di tutti gli apporti possibili per tentare la scalata a Palazzo Lombardia. Si è buttato nell’arena con la prospettiva non comoda di giocarsi il tutto per tutto: se ne dovesse uscire male, la sua carriera politica sarebbe finita. Il secondo, Tremonti, non essendo un mobilitatore di folle, aveva bisogno di ancorarsi a un partito solido almeno in certe aree: se poi riuscirà a portare a livello nazionale un 1,5-2%, il suo compito l’avrà svolto.

Eppure queste spiegazioni, per altro abbastanza logiche, non mi convincono del tutto e non convincono altri conoscitori del pianeta belleriano. Qua e là, sullo sfondo, sembra possibile intravvedere lo zampino di un abile regista. Uno che perde il pelo ma non il vizio di architettare scenari. Chi potrebbe essere costui? Ma lui, solo lui, sempre lui: il Senatur. Verosimile o fantapolitica? Limitiamoci a riflettere su alcuni punti: 1) Bossi ha sempre mantenuto l’asse con Tremonti; 2) Bossi ha bisogno di darsi un ruolo, altrimenti dopo le elezioni politiche rischia di essere pensionato definitivamente a Gemonio, e la cosa non gli garba affatto; 3) Bossi ha la necessità di garantire le candidature al cerchio ristretto dei bossiano duri e puri, che altrimenti sarebbero spazzati via. Come ottenere la quadra del cerchio se non architettano e benedicendo (adesso che è tutto casa, chiesa e Madonne…) un accordo che, almeno in apparenza, può essere vantaggioso per tutte le parti in causa? Meditate gente, meditate…

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