La rinuncia di Berlusconi sancisce la fine del Pdl in disfacimento

di GIORGIO STRACQUADANIO

Con questo articolo comincia la sua collaborazione con L’Indipendenza Giorgio Stracquadranio, giornalista, spirito libero, deputato eletto nelle liste del Pdl ma dal 14 luglio scorso uscito dal gruppo parlamentare per aderire al Gruppo Misto.

Con una breve nota Silvio Berlusconi ha annunciato il suo ritiro e l’indizione di primarie nel Pdl. È una decisione che rimette in moto il campo politico alternativo alla sinistra, ma che era prevedibile a quanti avevano chiaro che il Pdl, così come lo abbiamo conosciuto nel ciclo elettorale 2008-2010, non c’è più e nulla potrà riportarlo ai fasti politici ed elettorali di allora.

Quel partito, infatti, oltre ad aver raccolto il consenso del 38% degli italiani, aveva caratteristiche che sono venute meno per sempre. Innanzitutto aveva ancora, insieme alla Lega Nord, un progetto di trasformazione in senso liberale e federale dell’Italia; era guidato da un leader carismatico che il 25 aprile del 2009 raggiunse il 75% di apprezzamento tra gli elettori; aveva realizzato – almeno sul piano elettorale – la riunificazione di quasi tutte le diverse anime di chi non stava a sinistra; e, infine, aveva stretto sul piano politico un accordo stabile e strategico con la Lega Nord, secondo uno schema che per certi versi ricordava quello del rapporto Cdu-Csu in Germania.

Restavano solo due punti di debolezza: un controverso rapporto con l’estabilishment e una classe dirigente inadeguata.

Nel giro di due anni tutto questo è venuto meno: la scissione di Fini faceva carta straccia dell’idea di costruire una formazione politica in grado di realizzare un modello bipartitico come quello britannico; il carisma del leader si strappava non tanto per una reazione moralistica agli scandali sessuali, ma per l’idea che una vita personale turbolenta fosse motivo di totale distrazione dagli affari di governo; il partito in apparenza compatto si rivelava rapidamente una aggregazione scomposta di tribù in guerra tra loro; il rapporto con la Lega Nord si indeboliva e portava i due partner a sfidarsi a colpi di veti incrociati sui principali dossier di governo; a questo si aggiunge l’emergere sempre più netto dell’inadeguatezza della classe dirigente, paradossalmente messa in luce impietosamente innanzitutto dai giornali più vicini al Pdl – Il Giornale e Libero – con le loro invettive quotidiane anti-casta.

Ma tutto questo non sarebbe stato sufficiente a portare all’attuale disfacimento, se non si fossero sbriciolate le fondamenta del centrodestra: il progetto liberale e federale – che avrebbe dovuto portare benessere e prosperità dall’alpe alle piramidi – si rivelava la più grande delle incompiute al primo significativo stress-test, quello della crisi fiscale degli Stati nazionali privati del potere di manipolare la moneta.

Appare allora così evidente che le tre crisi dello Stato che avevano portato alla fine della prima Repubblica – la crisi fiscale, la crisi istituzionale e la crisi di rappresentanza – sono inalterate e la mancata rivoluzione liberale e federale possono trascinare nel discredito non soltanto i cattivi attori, ma anche le buone idee di questo ventennio. Riusciremo a evitarlo?

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