La potenza della religione cattolica lombarda, che vuole salvare il mondo e non trova soluzioni al territorio

lombardia elettorale

di SERGIO BIANCHINI – Dalla mia posizione nel coro della chiesa posso vedere tutti i presenti alla messa cantata abituale della domenica mattina. Circa 300 persone di tutte le età, con tutti i tipi di vestimento, tutte attente,  più o meno concentrate ma tutte silenziose e composte  nell’ascoltare e nel meditare le parole lette nel corso del rito e quelle delle esortazioni del prete a migliorare se stessi, a dare di più e a piangere meno. Lui è vestito, senza superbia anzi con sbrigativa semplicità, con le preziosissime vesti del cerimoniale. Un misurato e sobrio approccio alla solennità grandiosa del rito.

La domenica precedente avevo assistito ad un comizio in piazza, con la presenza di 50 persone,  considerata un successo dal politico di rilevo e buon oratore che aveva spiegato le questioni relative al prossimo referendum istituzionale.

E’ veramente grande la potenza della chiesa cattolica in lombardia. Ad un superficiale osservatore delle statischiche potrebbe sembrare un fenomeno in via di estinzione ed in effetti rispetto alle quantità di aderenti e di “donati” al sacerdozio, ed alle varie forme di militanza totale di 50 anni fa, potrebbe sembrare così. Ma non lo è.

L’universalismo, cattolico e non, nei lombardi è ancora diffusissimo. Il mondo intero è pieno di missionari cattolici lombardi (e non solo) ed anche di “missionari” laici delle varie ONLUS che in fondo declinano laicamente il tradizionale universalismo cattolico.

Non solo, il nocciolo di questo cattolicesimo che vive attivamente nelle parrochie e negli oratori lombardi è il vecchio ceppo etnico lombardo. Se il nostro Giuan Poli vuole sentire parlare il dialetto (pardon la lingua) lombardo deve andare nelle parrocchie. In comuni dove il 70 o perfino l’80% è composto da immigrati meridionali la cerchia degli attivisti che quotidianamente attivano col loro volontariato gli ambienti e le associazioni parrochiali è composta dal 99% di nordici, moltissimi dei quali pensano e parlano abitualmente in lombardo. Sono molti di più i meridionali che stanno nel giro Lega. L’ormai antica profezia di Bossi che prevedeva un rapido superamento da parte dell’identità lombarda sul mondialismo cattolico si è rivelata fallace.

Il cattolicesimo è fortissimo e vitalissimo ed è nel nocciolo dell’identità lombarda. Aveva ancora, in un passato non lontano, una grande capacità di collegarsi al nostro local. Ad esempio i notiziari parrocchiali di 50 anni fa avevano tutti un editoriale in dialetto ed ancora oggi esiste la facoltà teologica del nord italia. Ancora oggi il vescovado milanese si oppone alla graduatoria nazionale degli insegnanti di religione che porterebbe alla scomparsa dei docenti nordici nelle scuole.

Allo stesso tempo sugli altari e negli stabili delle parrocchie compaiono chierici e sacerdoti stranieri indiani o americani o africani nei quali sorprende, ad di là dei tratti somatici, la vicinanza espressiva e motoria con il tradizionale personale cattolico.

Sì, la chiesa cattolica ha una grandissima capacità formativa e di interazione con tutte le tipologie umane del pianeta. Una capacità fino ad ora senza uguali.

Ma proprio questo grandioso e profondo universalismo si rivela oggi come un ostacolo alla capacità dei nostri territori di generare una dirigenza politica capace di misurarsi  adeguatamente con i problemi crescenti e assillanti dei nostri tempi e dei nostri luoghi.

Dalle nostri parti le frustrazioni della vita quotidiana, da quelle familiari a quelle amorose, a quelle professionali e politiche, anzichè generare reazioni forti e intelligenti sul territorio generano spessissimo fughe mondialiste e dedizioni al risanamento del mondo intero.

Questo circuito forse ( assieme a quello del lavoro) è l’altra faccia della mitezza lombarda ed in fondo anche italica (basta pensare a Prodi e Veltroni) che teme, respinge e fugge così le vicende e le esistenze fallite, senza sbocco, tragiche e tormentate.

E così  si riproduce costantemente la povertà e la bassa qualità del personale politico espresso dai lombardi. Lombardi poco creativi in politica e nelle amministrazioni pubbliche e invece ai primissimi posti in Italia e nel mondo nella produzione di personale dedito all’economia e al mondialismo “redentore”.

Anche per l’Italia intera  questa contraddizione tra l’interesse nazionale e l’universalismo cattolico di cui siamo tutti permeati, è sempre più evidente. E questa contraddizione sia nazionale che ancora di più nordica, non può essere certo risolta nello scontro col cattolicesimo ma può essere trattata costruttivamente con misure consapevoli.

Per quanto riguarda la lombardia e il nord in generale un passo verso il local potrebbe essere una clausola ferrea secondo la quale il massimo della carriera politica di un eletto nei nostri territori deve essere LA REGIONE E NON IL PARLAMENTO ROMANO. Al parlamento Italiano si dovrebbe accedere al massimo una o due volte nella vita, salvo rarissime e funzionali eccezioni e fino al mutamento della fase storico politica. I migliori e più autorevoli politici dovrebbero trovarsi principalmente nella propria regione.

A livello italiano ed anche di più, faccio un esperimento mentale con questa idea: la separazione tra sede papale e sede della capitale italiana. Cioè la spacchettamento della doppiezza di Roma.

La capitale italiana potrebbe diventare Firenze (che lo è già stata) oppure Bologna o Perugia.

Ciò farebbe grande chiarezza a cominciare dalla diplomazia che vedrebbe separati i percorsi genericamente mondialisti in sintonia col papato e quelli a valenza nazionale dello stato italiano.

Anche la CEI, liberata dalla contiguità fisica e psicologica col pur necessario mondialismo papale, potrebbe sintonizzarsi davvero con la società italiana che attualmente è invisibile nelle sue dichiarazioni. Sintonia tra vescovi e interesse nazionale che invece è presentissima nelle altre nazioni cattoliche.

Una separazione tra capitale papale e capitale nazionale sarebbe feconda per il papato stesso che, indipendentemente da una decisione italiana, potrebbe anche decidere da solo di darsi una nuova sede nel mondo, non più eurocentrica, o assumere una localizzazione itinerante.

 

 

 

 

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