La nuova Lega come tappezzeria verde di Arcore

di ANONIMO PADANO

Alle consultazioni di Napolitano la Lega non si è per la prima volta presentata con una delegazione propria ma come un’appendice del Pdl. Non si è trattato di una delegazione unitaria del centrodestra perché Fratelli d’Italia e altri sono arrivati  per conto loro. È stata una delegazione Pdl-Lega, in realtà una delegazione Pdl con peduncolo nordista o – meglio ancora – Berlusconi con i suoi fedelissimi pretoriani.  Si è in qualche modo ufficializzato il nuovo ruolo leghista di corrente (forse) federalista del Pdl. A quasi vent’anni di distanza il Carroccio ha preso il posto dei suoi fuoriusciti che avevano costituito nel 1995 la Lega Italiana Federalista, alleata a Berlusconi contro il ribaltone di Bossi.  Anche quella volta l’ispiratore della dissidenza era stato Maroni, che non se ne era però mai assunto apertamente la paternità, restando dietro le quinte, in posizione ambigua nella Lega: allontanato in un famoso e burrascoso Congresso e poi graziato dal Lìder Maximo. Era il gruppo guidato da Luigi Negri e Marcello Lazzati, per chi se li ricorda e i vecchi leghisti se li ricordano bene. Per chi invece non se lo ricorda, Negri era il cognato di Calderoli e lo sponsor di Salvini.

Neppure questa volta Maroni si è palesato: all’incontro, nel codazzo di clientes berlusconiani, c’erano Bitonci (capogruppo al Senato) e Stucchi (vice-Maroni). Naturalmente i due hanno fatto scena muta davanti ai giornalisti e si presume che abbiano  tenuto lo stesso atteggiamento compunto, disciplinato e ossequioso  con Napolitano. Le istanze della Lega le ha esposte  il Cavaliere, socio di maggioranza e paròn della combriccola. I due leghisti si distinguevano giusto per un tocco di verde (cravatta o pochette) e per il pizzetto che sembra essere diventato d’ordinanza fra i capataz belleriani. Tutti con un ciuffo un po’ caprino sotto il labbro inferiore: un vezzo che sembra fatto per ispirare commenti a Sgarbi.

Zitti e compunti, fedeli alla consegna maronian-votiniana  del “facite a faccia feroce”, cosa che riesce particolarmente difficile a Stucchi, condannato dalla natura a una espressione seraficamente (verrebbe da dire stucchevolmente) perplessa, poco da barbaro, ma molto da sognante.

Il parallelo con l’esperienza dei federalisti berlusconiani del 1995 non si esaurisce solo al ruolo di tappezzeria verde di Arcore ma potrebbe anche finire con gli stessi esiti elettorali: allora il Cavaliere aveva promesso ai suoi ascari acquisiti posti, candidature e prebende. Alle elezioni successive quasi nessuno di loro era invece stato candidato o eletto: i pochi risparmiati (Negri, Malan) avevano dovuto riciclarsi  in Forza Italia.  Per sopravvivere elettoralmente anche oggi dovranno forse – seguendo un analogo percorso – aggiungere il bianco e il rosso al loro verde di ordinanza su cravatte, fazzoletti e altri capi di abbigliamento. Il nuovo stilista c’è già ed ha aperto un atelier a Verona.


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