La lunga strada per riscrivere la storia del Nord

somaro-norddi Valter Roverato
Cara Stefania, ho letto il tuo articolo in cui ponevi una domanda: ora chi scrive la storia del Nord? Mi piacerebbe tentare di dare una risposta, e sarebbe fin troppo facile, troppo ovvio, rispondere che la storia di un qualsiasi territorio la dovrebbe scrivere chi in quel territorio ci è nato, ci abita, ci vive quotidianamente, e ne conosce quindi tutti i problemi, le caratteristiche, i vizi e le virtù, diciamo. Si può dire che la storia di un territorio la dovrebbe scrivere il popolo….Ma ecco che, se dici questo, per gli intellettuali, i “fini” politici italioti, automaticamente sarai catalogato con l’etichetta di “populista”, facendo ben attenzione a pronunciarlo con la puzza sotto il naso, e con la faccia contratta dallo schifo che ciò comporterebbe. Per i politici del “bel” paese il popolo deve starsene zitto e votare (finché glielo consentiranno) solo per loro, che sono gli unici detentori della verità e delle soluzioni a tutti i problemi di qualsiasi territorio, da Aosta ad Agrigento, fermo restando che Aosta deve essere sempre solidale con Agrigento, e continuare a mandarle una parte della sua ricchezza per sostenerla.
Ti chiedevi anche: quali vincitori possono scrivere la storia? Credo che qui non ci siano vincitori, o meglio, chi vince dovrà per forza essere il “fine” politico, l’eletto, non il popolo, o il populista. E’ lui, il politico “correct”, l’elevato (per dirla con Grillo) che sa cosa fare, che sa come governare e che, legiferando negli anni, si è ormai praticamente assicurato quel posto in parlamento, che è diventato da essere la “casa degli italiani” ad essere la vera casa della casta dei soliti noti, i quali in molti ci trascorrono proprio tutta la vita, basti pensare che in quelle stanze al giorno d’oggi ci bazzica gente che è là da decine di anni, ed ogni volta riescono ancora a farsi eleggere.
Lo dicevi anche tu: la strategia è illuminare dove serve, illuminare le menti del popolo bue che, come tale, non è in grado di pensare da solo, e perciò deve esserci la guida, la mediazione del governo di turno. Ed ecco perché si è pian piano depotenziato anche il referendum, strumento principe con cui si dà la parola al popolo, legiferando in modo da superarne a volte gli esiti, ottenendo così che il popolo, sfiduciato, non va più a votare neanche per un referendum, che in questo modo non ottiene il quorum previsto… risolto il problema! Hai detto bene, Stefania, non siamo più in una vera democrazia a sovranità popolare, ma in una dittatura democratica, diciamo così, una dittatura dal volto pseudo “umano”, prova ne sia che l’ultimo governo deciso in qualche modo dagli elettori è stato quello di Berlusconi, che poi è stato fatto dimettere nel 2011, e da quell’anno i governi si sono decisi in maniera autonoma, nelle stanze romane, mettendo assieme di volta in volta chi ci stava, a prescindere da beghe, da pensieri diversi su molte materie, da “ricette” diverse per risolvere gli eterni problemi del paese. E’ facile fare questo: si scrive un programma con punti generici, sui quali non si può dire di no, si chiede ai vari partiti se sono d’accordo, si ottiene l’appoggio, e si governa. In pratica il “don Corleone” di turno mette sul tavolo una “proposta che non si può rifiutare”, e si governa su quella. A questo punto a cosa serve votare? Il popolo non è abbastanza colto, abbastanza intelligente per decidere, per cui perché farlo votare? D’altra parte era Einaudi stesso che diceva: “Il suffragio popolare è un mito e su ciò credo che potremo essere tutti d’accordo; ma è un mito necessario ed il migliore che finora sia stato inventato.”
A questo punto però mi rifaccio la domanda di partenza: chi può scrivere allora la storia del Nord? E la integro con: avremo noi il coraggio di prendere veramente in mano il nostro territorio e governarlo autonomamente? Perché ci vuole coraggio per fare ciò, ed unità di intenti, e puntare dritto all’obiettivo, compatti: cosa che era riuscita ad Umberto Bossi, che però, causa la sua malattia principalmente, e poi il lavoro sottobanco di roma padrona, non è riuscito a portare a termine la missione. E dunque la risposta? Non vorrei che “soffiasse nel vento”, come diceva Bob Dylan. Io credo che si dovrebbe trovare la cosiddetta “classe politica” giusta, formarla ad hoc, trovare e seguire un leader forte e che non avesse il timore di fare gesti eclatanti, significativi, forti: d’altra parte la libertà costa cara, e chi la vuole deve essere preparato a sostenerne il costo. Cosa fare quindi? Cominciare dalla diffusione della cultura del territorio, le nostre lingue (non “dialetti”), i nostri usi, tradizioni, la nostra storia, contro l’omologazione italiana che ci nega tutto ciò. Cambiare mentalità: capire di essere diversi, di non avere molto a che fare con un paese come l’italia, “essere” veri indipendentisti, cambiare radicalmente modo di essere e di pensare, e questa lotta per la liberazione dovrebbe coinvolgere tutti gli strati della popolazione, siano operai od imprenditori, ricchi o poveri. Dobbiamo capire che la lotta è per la nostra liberazione, per il nostro futuro, per avere quello che anche le leggi internazionali ci consentirebbero pure, ma l’italia ti nega: l’autodeterminazione dei popoli.
Il mio Veneto dovrebbe essere più facilitato in questa lotta, in quanto abbiamo già alle spalle una tradizione ed una storia millenaria (quella sì, e non quella della Francia, caro neo-ministro degli esteri Giggino), per cui dovremmo essere già un popolo consapevole, ma purtroppo roma ha lavorato nel tempo per dividerci al nostro interno, e difatti a parole siamo tutti indipendentisti, ma col tempo sono nati diversi partitini, ognuno col suo leader e col suo programmino di indipendenza, poi ogni partitino si è ulteriormente diviso al suo interno sia a causa di beghe personali, sia per “scuole di pensiero” diverse, o per vari altri motivi, ed hanno fatto nascere tanti “movimenti”, “partiti”, “associazioni” che si richiamano ad un “venetismo” che il più delle volte è solo di facciata e che in realtà nasconde solo la voglia di protagonismo dei vari fondatori e dei loro seguaci, o l’azione italiana tendente a corrompere chi dovrebbe rappresentare le istanze indipendentiste venete, cosa che abbiamo già vissuto con la Lega, che roma è riuscita ad “omologare” nel suo “sistema”. E se aggiungiamo anche che tutti questi movimenti o partitini sono di solito l’uno contro l’altro, si combattono, si denigrano a vicenda, si contrastano, allora capiamo come si sia creata proprio una situazione ideale per quello che per me è l’occupante italiano: Veneti contro Veneti. Abbiamo una galassia di partitini sedicenti indipendentisti che disperdono il voto di chi invece l’indipendenza la vorrebbe sul serio, questa è la realtà nel Veneto, ma credo che sia la stessa realtà del resto del Nord, più o meno.
Ma tale situazione l’abbiamo creata proprio noi, e come l’abbiamo creata possiamo anche distruggerla, basta un po’ di buona volontà e tenere sempre ben presente l’obiettivo che ci muove, che è importante: la libertà. Unità, quindi, e creare una classe politica del Nord genuina, vera, incorruttibile, numerosa, compatta, che si presenti a roma e lotti concretamente e fermamente per la libertà del Nord. Io spero che tutto ciò si avveri, ma devo dire che non sono molto ottimista, per adesso non vedo all’orizzonte personaggi in grado di avere i mezzi, il coraggio, l’integrità morale e la capacità di rimettere in piedi una forza politica simile a quella che era la Lega originale, ma più “cattiva”, diciamo così, oppure ci vorranno ancora anni. Cara Stefania, chi scriverà quindi la storia del Nord? Dobbiamo per forza scrivercela da soli, non farcela scrivere da altri, dobbiamo essere noi stessi i vincenti che scriveranno la storia del popolo del Nord, ognuno di noi. Ne avremo la forza e le capacità? Non vorrei dire “ai posteri l’ardua sentenza”, ma mi piacerebbe che questa sentenza venisse scritta il più presto possibile, però si sa: la storia non si misura a minuti od ore, ma in anni e secoli: lo diceva anche Bossi….
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