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La libertà di satira secondo i sacerdoti di Voltaire: l’arresto di Dieudonné

di GIOVANNI POLLIDieudonné

Il lutto per la morte della libertà di espressione, in Francia, è durato tre giorni soltanto. Appena settantadue ore dopo il rito collettivo celebrato a Parigi e in altre città d’Oltralpe “per la libertà di espressione” in seguito all’attentato al settimanale satirico Charlie Hebdo, la stessa libertà è stata infatti uccisa un’altra volta. E non dal piombo dei Kalashnikov degli esecrati “terroristi islamici” ma questa volta dallo stesso Stato francese che ha ritenuto bene mettere in manette il discusso comico oriundo camerunense-bretone Dieudonné M’bala M‘bala, meglio conosciuto semplicemente come Dieudonné.

Apologia di terrorismo…
L’accusa? Il più classico reato di opinione: apologia di terrorismo e incitamento all’odio razziale. Alla cosiddetta Patria dei Diritti dell’Uomo, la Francia, non era infatti piaciuta la pesante satira di Dieudonné sull’intero circo popolar-mediatico taggato #JeSuisCharlie, di fronte al quale il comico aveva dichiarato di sentirsi piuttosto Charlie Coulibaly, l’attentatore del supermercato kosher a Vincennes.
Apriti cielo. Gli strenui paladini del diritto di satira cattiva sempre e comunque, gli autoproclamati sacerdoti della religione voltairiana, hanno quindi innestato una rapida retromarcia, non senza una sonora grattata del cambio. “Non bisogna confondere la libertà d’opinione con l’antisemitismo, il razzismo e il negazionismo”, ha strillato il premier Mauel Valls. Così, nella casa del comico, “arrivarono quattro gendarmi”, a rimettere le cose a posto e Dieudonné in gattabuia, insieme al solenne principio della libertà di satira e di espressione sempre e comunque.

La libertà d’espressione dura poche ore
Il teatrino dei potenti d’Europa a braccetto domenica per difendere i sacri ed inviolabili fondamenti d’Occidente è durato lo spazio di poche ore, insomma. Giusto il tempo, passata la festa, perché i vertici dello Stato francese si lamentassero dell’espressione brutta, cattiva e scomoda di Dieudonné, e la procura parigina aprisse l’inchiesta che ha infine portato al suo arresto in “garde a vue”, la custodia a vista.
Il comico, i cui spettacoli sono stati da qualche tempo ostacolati prima e proibiti poi, aveva già subito due condanne a pene pecuniarie perché avrebbe espresso idee antisemite. Ed il suo ormai celebre e ripetuto gesto della “quenelle”, una sorta di gesto dell’ombrello rivolto ai suoi avversari, secondo le vestali del politicamente corretto sarebbe nient’altro che il saluto nazista mascherato.

Cortocircuito ma pochi ne se accorgono
Nel momento esatto in cui la Francia di Charlie Hebdo viene celebrata nel mondo come paladina della libertà, il cortocircuito è potente ma in pochi se ne accorgono. Libertà non sempre e comunque, bensì nei limiti del “politicamente corretto”, per cui è lecito scherzare con i santi di ogni religione ma guai a toccare i fanti dell’esercito degli autoproclamati Buoni e Giusti.
D’altra parte non è certo la prima volta che la Patria dei Diritti dell’Uomo incarcera le idee, piuttosto che discuterle. Clamoroso il caso, nell’anno 1998, dello storico intellettuale, già dirigente del Partito comunista, poi cattolico ed infine convertito all’Islam Roger Garaudy, condannato a sei mesi di carcere soltanto per aver scritto un libro,”I miti fondatori della politica israeliana”, decisamente scomodo. Mettendo in dubbio le conclusioni del Processo di Norimberga, Garaudy attentò ad uno dei dogmi più intoccabili d’Occidente e l’accusa fu la solita: “negazionismo di crimini contro l’umanità”. Nel 2000 la Cassazione francese confermò la condanna, e di fronte alla condanna di un’opinione nessuno venne in mente di proclamarsi “Je Suis Roger”. L’intellettuale, divenuto una sorta di eroe in Medio Oriente, morì poi nel 2012, un mese prima di compiere 99 anni. Ma il solo citarne il nome, là dove adesso quasi tutti si dicono Charlie, provoca ancora oggi reazioni isteriche.

Le camicie verdi

Non che al di qua delle Alpi la situazione sia poi migliore, anzi. Se tra i volti dei capi d’Occidente a braccetto “per la libertà di espressione” domenica scorsa spiccava l’intenso sguardo del premier italiano Matteo Renzi, non ci si dimentichi che è di pochi giorni fa il rinvio a giudizio, dopo ben 18 anni, di 34 “camicie verdi” che, secondo la procura di Bergamo, avrebbero inteso “colpire l’unità dello Stato” in quanto manifestamente indipendentisti. Stessa sorte per gli indipendentisti incarcerati o indagati nell’aprile 2014 tra Lombardia, Veneto, Sardegna e Sicilia, senza che vi fossero seri o credibili elementi perché “l’unità dello Stato” italiano fosse davvero considerarsi messa a rischio. Ma anche la vigente legge Mancino, colpendo i reati d’opinione, finisce per lasciare la porta aperta alla violazione proprio di quei principi farisaicamente gridati domenica a Parigi.

Incarcerare le idee scomode e impresentabili
Incarcerare le idee, naturalmente le più scomode e impresentabili ma pur sempre idee, resta insomma la caratteristica principale di un Occidente che, per lavarsi la coscienza, trova ora comodo proclamarsi Charlie. Ma se si crede davvero alla libertà di pensiero e di parola, che o vale per tutti o non vale per nessuno, si è davvero Charlie, si deve essere anche Dieudonné, Roger e indipendentisti. Altrimenti si è soltanto ipocriti.

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