La Lega torna all’attacco per dividere l’Emilia dalla Romagna

di GIORGIO CALABRESI

Tortellini e piadina separati per sempre, ciascuno per la propria strada. La Lega torna all’attacco per il ‘divorzio’ tra Emilia e Romagna, chiedendo l’autonomia dei romagnoli dai cugini emiliani, dopo un matrimonio territoriale lungo quasi mezzo secolo. A farsi portavoce delle istanze separatiste dei romagnoli è il deputato leghista Gianluca Pini, che tenta da cinque anni di investire il Parlamento della questione, insistendo anche per la valorizzazione del dialetto romagnolo «con tutte le sue varianti».  È il principio di autodeterminazione sancito dalla Conferenza di Helsinki del 1975 che va consolidato, spiega Pini, «lungo il percorso che deve portare all’Europa dei Popoli». E si tratta, ancora una volta, di combattere contro ‘Roma ladrona’. Sì, perchè la Capitale ha «discriminato tra lingue di serie A e lingue di serie B. Il friulano e il sardo -sottolinea Pini- sono state riconosciute come lingue vere e proprie. Perchè, allora, non si fa lo stesso con il romagnolo?».

Così arriva anche la proposta per la tutela e la valorizzazione del dialetto romagnolo, varianti comprese, perchè il romagnolo non è un dialetto ‘semplicè. Scriveva il linguista austriaco Friederich Schurr che esistono un’infinità di parlate romagnole, eredi delle lingue neolatine o degli idiomi di Celti, Germani e Franchi. Un patrimonio identitario e culturale, sostiene la Lega, che non può andare perduto o rimanere sottotraccia, sottolinea Pini. L’idea è quella di insegnare a scuola il romagnolo; di prevedere le sedute del Consiglio comunale in ‘linguà; di autorizzare cartelli stradali e insegne bilingue (italiano e romagnolo); di permettere pubblicazioni, programmi radiotelevisivi, rappresentazioni teatrali, opere cinematografiche, rievocazioni storiche e feste popolari in dialetto. Insomma, la ‘linguà romagnola va «rivitalizzata», facendola riemergere da quel «sottobosco culturale in cui la cultura ufficiale nazionalista e fascista prima, e nazionalista e antidemocratica ora, l’hanno relegata», attacca Pini. In una Romagna autonoma non potrebbe mancare un autonomo polo universitario. Sul territorio esistono già le sedi decentrate di Forlì, Ravenna, Cesena e Rimini, ‘appendicì dell’Università di Bologna secondo un atto governativo del 1997. «Ora -dice Pini- queste sedi vanno trasformate in atenei di serie A, libere di autogovernarsi ed attuare politiche indipendenti per l’offerta formativa». Costo dell’operazione, 30 milioni di euro in tre anni.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Venezia: non paga l'Iva per mancato saldo fatture dei Comuni, assolto

Articolo successivo

Bufera Pdl, i ministri contro Sallusti: con noi metodo Boffo non funziona