LEGA ALL’ATTACCO A ROMA. MARONI: NEL 2013 PACE COL PDL

di GIANLUCA MARCHI

La strategia è piuttosto chiara. A Roma la Lega Nord va all’attacco di tutto e tutti nel tentativo di distogliere l’attenzione dai guai che la riguardano,  mentre Roberto Maroni annuncia per il 2013 la pace con il Pdl.

Sotto i colpi del Carroccio d’attacco finiscono nell’ordine: il governo Monti, il ministro degli Esteri Giulio Terzi, il presidente del Senato Renato Schifani, la maggioranza che sostiene l’esecutivo, con un’attenzione particolare riservata agli ex alleati del Pdl pronti a dar vita ad una nuova legge elettorale definita fascista. Contro il Pdl si scaglia in particolare Calderoli, che pare in controtendenza a Maroni.

Il quale, infatti, intervistato da Maria Giovanna Maglie per Libero, annuncia che nel 2013 “Lega e Pdl faranno pace”. Di Bossi, dice, c’è “solo Umberto, sia chiaro”. Tosi e la sua lista “sono un punto di forza” per il Carroccio. E sul presidente del consiglio regionale della Lombardia Davide Boni “la magistratura milanese ha preso un abbaglio clamoroso”. E così, se alle amministrative si andrà separati, l’ex ministro dell’Interno si dice sicuro che la Lega “farà la pace con Alfano”. Anche perché il giudizio su questo governo non può che essere negativo.

La prima arena della battaglia  è il Senato, dove sotto accusa finisce Schifani. Reo, secondo l’ex ministro Roberto Calderoli, di non essere «super partes» e di aver cassato un emendamento al decreto anticorruzione per «salvare ancora il governo». «Accuse di parzialità » che il Popolo della Libertà giudica però «prive di fondamento». L’ira della Lega nasce dal fatto che Schifani  ha dichiarato «inammissibile per estraneità al testo» un ordine del giorno che impegnava il governo a «non ostacolare iniziative atte ad identificare forme idonee a rinforzare l’approvazione di atti internazionali che comportino limitazioni della sovranità nazionale». In sostanza, l’odg chiedeva una maggioranza qualificata per l’approvazione di Convenzioni, come quella di Strasburgo. Pdl, Idv e Coesione Nazionale erano a favore dell’odg che avrebbe perciò ottenuto quasi certamente la maggioranza. L’intervento di Schifani, è la tesi del Carroccio, ha impedito al governo di andare sotto.

I lumbard cercano insomma di uscire dall’angolo nel quale si trovano a causa dell’inchiesta che coinvolge il presidente del consiglio regionale lombardo Davide Boni. Ma a indebolire il movimento di Bossi ci sono anche gli strascichi della lotta intestina tra bossiani e maroniani, con i secondi che stanno mietendo delegati a man bassa in vista del congresso della Lega Lombarda, con la candidatura di Matteo Salvini che sembra rafforzarsi ogni giorno di più, anche perché l’uscente Giancarlo Giorgetti continua a riaffermare la propria indisponibilità a candidarsi. Per distrarre l’attenzione da questo quadro, la Lega prova a ricompattarsi contro il nemico comune: maggioranza e governo. Sotto la scure finisce così il ministro degli Esteri, Giulio Terzi. È colpevole – secondo Stefano Stefani, presidente della commissione Esteri alla Camera – di «non fare chiarezza su tutti i nodi fondamentali della vicenda dei marò italiani in India e dell’ostaggio italiano in Nigeria. Si tratta di capire – aggiunge – come e se il nostro Paese è in grado di tutelare i nostri cittadini in altre parti del mondo vittime di sequestri di bande criminali». Mentre parte questo attacco, però, Maroni, che nei giorni scorsi aveva polemizzato aspramente col titolare della Farnesina, va platealmente a stringergli la mano.

Tocca poi colpire la maggioranza. È ancora Calderoli a sparare il colpo. Ed ancora una volta per un suo emendamento respinto: «Pd, Pdl e Udc hanno gettato la maschera – tuona -. Vogliono un nuovo sistema elettorale che porti al bipartitismo, eliminando i partiti non allineati come la Lega Nord, e al tempo stesso impedendo all’elettore di scegliere il suo rappresentante». A riscaldare un clima già rovente contribuisce infine Gianluca Pini, deputato maroniano della Lega Nord: «Non mi sento italiano. E non mi sento neppure deputato della Repubblica italiana. Sono deputato della Lega», dice ai microfoni di Radio 24. Eppure lo stipendio dallo Stato italiano lo prende. «Veramente faccio l’imprenditore – risponde – e lo stipendio lo ripago almeno due volte con i soldi che verso al fisco. Non rubo nulla, anzi».

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LISTA TOSI: IN CONSIGLIO FEDERALE ARRIVA RICHIESTA DI DEROGA

Intanto dentro il movimento continua a tenere banco il caso Tosi. Secondo quanto riferisce l’Adnkronos, la vicenda Verona potrebbe essere al centro di un consiglio federale, già venerdì o lunedì della prossima settimana, dove dovrebbe giungere la richiesta di deroga per presentare la Lista Tosi. Ad avanzarla non il sindaco uscente in persona, «ma altri esponenti del Carroccio, non troppo vicini all’area maroniana. Obiettivo sparigliare le carte», riferiscono alcuni deputati leghisti. E così Verona si candiderebbe a sbrogliare la matassa di una vicenda che ormai si trascina da mesi. Ammesso e concesso che il Consiglio federale ceda e dia il via libera alla deroga, ipotesi molto improbabile secondo i più. Intanto il confronto tra il Umberto Bossi e Tosi tarda ad arrivare. Lunedì scorso, riferiscono del Carroccio, il sindaco della città scaligera sarebbe stato in via Bellerio ma non avrebbe bussato alla porta del Senatur. Nessun incontro al momento è in agenda e il tempo stringe: le liste dovranno essere presentate tra il 2 e il 3 aprile, con o senza il nome di Tosi in bella vista.

Mentre Tosi continua a rimanere a bagnomaria, in Veneto fa discutere il caso di Cittadella, dove il sindaco uscente Massimo Bitonci, appena eletto segretario provinciale di Padova, non può più presentarsi. Il candidato sindaco sarà il suo vice e si parlava di una Lista Bitonci in suo appoggio. Ma come, Tosi no e Bitonci si? si sono chiesti in molti perplessi. La spiegazione è paradossale e molto da azzeccagarbugli: Bitonci non essendo candidato sindaco può presentare la sua lista. Per evitare il ridicolo, comunque, Bitonci ha annunciato oggi in un’intervista che, nonostante nessuno glielo imponga, ha deciso di sciogliere la lista a suo nome. Evviva.

Infine ieri si è registrato il primo strappo nel Pdl veronese dopo l’ufficializzazione della candidatura a sindaco di Luigi Castelletti in concorrenza a Tosi. Il presidente del consiglio comunale, Pieralfonso Fratta Pasini, ha annunciato la sua uscita dal Popolo della libertà ed espresso sostegno personale al sindaco uscente.

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