LA LEGA E LA TRAVERSATA DEL DESERTO: INIZIO O FINE?

di GIANLUCA MARCHI

Comincio con una premessa, che è un modo inusuale per aprire un articolo, ma necessario per chiarire certe incomprensioni con alcuni settori dei nostri lettori (sottolineo lettori, e non elettori, perché non siamo un partito). Alcune di queste persone ci contestano una sorta di eccessiva attenzione alle vicende della Lega Nord, e vorrebbero spingerci a ragionare sul presente e sul futuro come se il Carroccio non esistesse. A parte che, se così facessimo, finiremmo per essere degli alieni impegnati a tratteggiare un mondo diverso dalla realtà, un mondo immaginario o immaginifico che poco avrebbe a che vedere con la realtà. E siccome un giornale ha il compito prioritario di leggere la realtà e di cercare di interpretarla, tradiremmo il nostro compito.

Inoltre vorrei porre il seguente quesito a questi simpatici amici: siccome noi abbiamo la funzione di leggere la realtà con la lente dell’indipendenza, che servizio renderemmo ai lettori e alla causa se trascurassimo gli eventi che ruotano intorno al movimento politico che per vent’anni è stato, a torto o a ragione (più a torto, vista l’assenza di risultati), il titolare (o l’usurpatore, secondo i punti di vista) della tematica indipendentista? Renderemmo un cattivo servizio…

Detto questo, vorrei soffermarmi sulla “traversata del deserto” della Lega. Proprio qualche giorno prima del voto, e subito dopo l’avviso di garanzia che aveva raggiunto Umberto Bossi, avevo titolato una riflessione sulla “lunga attraversata del deserto che attendeva la Lega per non morire”. Ieri, commentando la debàcle leghista con sette ballottaggi persi su sette, il segretario federale in pectore Roberto Maroni ha parlato invece di “traversata del deserto conclusa”, con il movimento che ora è chiamato a rinnovandosi profondamente nella classe dirigente e a ripartire dal “modello Verona”.

Io non sono un politico, ma un semplice giornalista che da tanti anni segue la politica con tutti i limiti del caso, ma ho l’impressione che una frase del genere sia più dettata dalla volontà di gettare il cuore oltre l’ostacolo e sperare in un domani meno cupo, piuttosto che dalla valutazione razionale conseguente alla sconfitta. In altri termini penso che la “traversata del deserto” sia solo all’inizio e che se la Lega vorrà anche solo in parte recuperare gli elettori persi per strada (in gran parte non andati alle urne e in frazione significativa indirizzatisi, laddove ne hanno avuto la possibilità, verso il movimento 5 Stelle) avrà da macinare molti chilometri, sia in termini di recupero di credibilità (troppi nomi che bazzicano intorno al Carroccio meriterebbero il pensionamento), sia di coesione interna (la sconfitta ha fatto subito riaccendere lo scontro fra le due anime), sia di progetto politico. E non penso affatto che il percorso sia semplice e nemmeno destinato a concludersi con sicuro successo. Ribadisco: sarà una complessa e impervia traversata nel deserto. E l’acqua scarseggia…

Dico questo anche perché alcuni segnali venuti dal voto amministrativo indicano che la Lega è letteralmente crollata in alcune sue roccaforti, dove spadroneggiava da circa vent’anni, e dove la fiducia nel leghismo era senza se e senza ma. Almeno fino a pochi mesi fa. E quando si cade dall’alto, e il tonfo è pesante, non è detto che il rialzarsi sarà semplice. Mi riferisco in particolare alla Brianza (che guarda caso è anche la terra da cui provengo): lasciamo perdere Monza, che è un’altra cosa, ma aver perso in città come Cantù, Lissone e Meda (qui anche se solo per un voto, ma ricordiamo che questa capitale del mobile è stato il primo Comune sopra i 15 mila abitanti amministrato dalla Lega con Giorgio Taveggia, il sindaco uscente sconfitto ieri e che puntava al quarto mandato), significa aver preso qualcosa di più che un pugno nello stomaco, in pratica un vero ko. E a Cantù non sono valsi a salvare la pelle nemmeno aver schierato un parlamentare piuttosto apprezzato in zona come Nicola Molteni e nemmeno due visite di Roberto Maroni per galvanizzare il popolo leghista e una di Flavio Tosi.

La Brianza, in definitiva, ha plasticamente rappresentato ieri la caduta della Lega laddove aveva sostituito in tutto e per tutto il potere quarantennale della Dc e c’è da sorridere a pensare che solo qualche mese fa qualcuno si era convinto di poter imbesuire i brianzoli con la vaccata dei ministeri a Monza. Oggi proporre il “modello Verona” forse potrà anche condurre alla conquista di nuovi territori, ma sarà la chiave di volta azzeccata per riconquistare le roccaforti che hanno voltato le spalle?

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