LA LEGA DI BERGAMO E L’ATTRAVERSATA DEL DESERTO

del DIRETTORE

Che Lega ho visto ieri sera alla Fiera di Bergamo, al di là delle quattromila o forse più persone accorse nel padiglione orobico, oltre i cori da stadio a favore di Bossi e Maroni e oltre i fischi riservati al Trota, a Rosy Mauro e a Belsito? Mi sono posto più volte questa domanda tornando in macchina verso Milano e prima di scrivere queste note, interrogandomi se non fosse in qualche modo ingeneroso il giudizio che andavo maturando. Alla fine mi son detto convinto dell’idea che mi ero fatto. La Lega vista ieri sera mi è parsa perplessa, sbandata e stordita, che ha esibito un entusiasmo meno convinto di altre volte, con i sentimenti in subbuglio, che vorrebbe buttare il cuore oltre l’ostacolo e dimenticare tutto quanto sta accadendo in questi giorni e ripartire all’attacco, ma l’esercizio è come se fosse impedito dalla mente continuamente martellata dalle incredibili notizie che, giorno dopo giorno, emergono dalle carte giudiziarie e dalle rivelazioni in qualche modo connesse. Ieri sera non ho percepito la stessa carica emotiva, per esempio, che si avvertì in occasione del “Maroni Night” svoltosi  a gennaio al teatro Apollonio di Varese pochi giorni dopo la fatwa elevata contro Maroni e miseramente caduta dopo nemmeno ventiquattro ore.

Mi è parsa, quella di Bergamo, una Lega comprensibilmente un po’ stordita come stordito è il suo vecchio leader, costretto a chiedere scusa ripetutamente al movimento che lui ha creato e plasmato, perché alcuni che portano il suo cognome hanno creato solo danni. Un Senatur obbligato dagli eventi a prendersi tutta la colpa per aver consentito ai suoi figli di entrare in politica. Voglio essere onesto fino in fondo: ieri sera Umberto Bossi mi ha fatto umanamente pena. Una gran pena. E sia chiaro, questa pena umana non c’entra nulla col giudizio politico impietoso espresso su di lui solo pochi giorni fa, e nemmeno con l’analisi delle giravolte, degli errori, delle arroganze e dei tradimenti sui quali questo giovane giornale non ha mai fatto sconti al padre-padrone del Carroccio fin dal giorno della sua nascita.

Quello di oggi è un Bossi ripiegato, anzi piegato dalla malattia e dalle delusioni di queste ultime settimane, come è appunto piegata la Lega, che ha subito e presumibilmente ancora dovrà subire un vero e proprio tzunami. La serata di ieri mi è sembrata un tentativo dei vertici di infondere coraggio a una base sbandata e nello stesso tempo un’occasione per trarre coraggio da quella stessa base che doveva rassicurare. In definitiva un’adunata affollata sì, ma meno carica di pathos rispetto ad altre occasioni.

E per quanto riguarda Roberto Maroni, è chiaro che ormai viene considerato il nuovo leader, ma non sono così sicuro che proprio tutta la Lega riconosca la sua leadership. E formandomi questa idea mi è venuto in mente il giudizio consegnato ieri pomeriggio alle agenzie da una ex di peso come Irene Pivetti, la quale aveva parlato di Maroni come unico segretario possibile, anche se la sua leadership è parziale. Al momento il giudizio mi aveva lasciato un po’ perplesso, ma dopo ieri sera direi che è condivisibile. All’ex ministro dell’Interno tocca il non facile compito di convincere anche coloro che convinti non sembrano di una Lega affidata alle sue mani.

La notizia politicamente più saggia (per la vita del movimento, si intende) emersa ieri sera direi che sta nell’annuncio di anticipare il congresso federale a prima dell’estate, entro il mese di giugno, cioè subito dopo i congressi nazionali di Lombardia e Veneto, che si terranno entrambi il 3 giugno. Darsi appuntamento a ottobre sarebbe stato esporre il Carroccio a un massacro esterno ed interno da cui è difficile immaginare come sarebbe emerso. La traversata del deserto è appena cominciata, più sarà rapida, più potrà limitare i danni.

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