La Lega che verrà? Una corsa a due fra Salvini e Zaia

del DIRETTORE

Un raduno di Pontida discretamente affollato ma non oceanico (Calderoli ha parlato di 25 mila presenti, forse abbondando un tantino…) è riuscito a riscaldare gli animi del popolo leghista un po’ frastornato da un anno vissuto pericolosamente? Beh, scaldare gli animi è una espressione un po’ forte, soprattutto se il paragone  avviene con le Pontide degli anni d’oro di Umberto Bossi. Roberto Maroni è notoriamente altra cosa e non si può chiedere a lui quello che non gli appartiene, cioè essere un carismatico aizzatore e trascinatore di folle. Il massimo che ieri ha concesso al “teatro dell’evento” è stato lo sventolio delle buste con i tredici diamanti recuperati dalle grinfie dell’ex tesoriere Belsito e ora destinati a finanziare le sezioni leghiste più attive e benemerite (come saranno indivuate immagino già sarà motivo di frizioni e scontenti).

E dunque, a parte gli appelli all’unità del movimento – per il momento salva ma non assicurata per i giorni a venire – e all’abbozzatura, per altro ancora un po’ vaga, della fatidica Macroregione, divenuta la panacea per tutti i mali, argomenti già trattati in altri articoli, quale sensazione e intuizione sono rimaste lasciando Pontida? La sensazione è che il Carroccio cerchi di buttare il cuore oltre l’ostacolo, tentando di lasciare alle spalle fallimenti e debacle del passato più o meno recente, ma che nel suo corpaccione siano ancora diffusi veleni tra maroniani e bossiani, veleni affatto smaltiti anche a causa dell’atteggiamento un po’ troppo padronale assunto dalla fazione attualmente vincente. Fa un po’ sorridere che l’appello a una vera democrazia interna venga oggi da Umberto Bossi, il quale durante il suo regno ha governato in maniera assoluta, ma oggi la situazione interna è un po’ diversa da quella di allora. Insomma, i prossimi mesi non si preannunciano proprio in discesa.

Ma veniamo all’intuizione che, sia detto per inciso, non è poi la scoperta dell’America. Per farla breve: se oggi dovessimo fare una previsione sul superamento della segreteria Maroni, i due candidati che si ergono su tutti per concorrere alla guida di via Bellerio ci sembrano Matteo Salvini e Luca Zaia. Sono loro che ieri sul pratone hanno fatto i discorsi più leghisti e sono anche i soli che sanno esaltare il popolo padano. In difficoltà  sembra invece Flavio Tosi che, dopo i commissariamenti a destra e a manca in Veneto (che gli hanno procurato la reprimenda di Bossi), si è pure beccato in diretta qualche invito a lasciare la Lega.

Il segretario dellla Lega Lombarda, prendendo spunto da don Milani e dalla sua battaglia per l’obiezione di coscienza, ha rimarcato la necessità della disobbedienza da parte dei sindaci e degli amministratori leghisti rispetto alle regole capestro imposte da Roma, una disobbedienza che si deve estendere a tutti i singoli leghisti. “Dobbiamo essere tutti disposti a disobbedire – ha detto – e ad andare in galera. Basta essere ubbidienti e pazienti. Siete pronti a didisubbidire?” e dal pratone s’è levato un coro di sì. Salvini sembra già proiettarsi a dopo il 31 dicembre prossimo, mettendo in conto che Roma risponderà no alle tratative proposte dalla Lega sul 75% di tasse sul territorio, e dunque tratteggia il futuro braccio di ferro.

Il governatore del Veneto ha esordito dicendo che, se fosse per lui, si farebbe il referendum per l’indipendenza e così il Veneto se ne andrebbe e ciao. Poi però è rientrato nei ranghi macroregionali affermando: “Per noi Macroregione significa che vogliamo risposte chiare. Il Veneto lascia ogni anno allo Stato italiano 18 miliardi di euro che servono solo a finanziare gli sprechi: mi si spieghi perché da noi una siringa costa 6 centesimi e al Sud costa 25, perché un pasto servito negli ospedali veneti costa 6,5 euro mentre in quelli meridionali si arriva a 60 e persino 80 euro, manco fossero ristoranti con stella Michelin. Si applichino finalmente i costi standard, che farebbero risparmiare 30 miliardi di euro e si dica ai siciliani che anziché avere 25 mila forestali si accontentino di 400 come fa il Veneto”.

“Il patto di stabilità – ha incalzato Zaia – è un’invezione tutta italiana per ottenere un’equa suddivisione del malessere: cioè il Nord paga per il Sud. E intanto in Veneto abbiamo avuto 65 suicidi di imprenditori anche perché la pubblica amministrazione non può pagare i debiti verso le aziende. Nel decreto varato l’altro giorno dal governo per versare 40 miliardi alle imprese ci hanno infilato il fatto che ai siciliani restino le tasse pagate dalle società che operano in Sicilia ma che hanno sede altrove: la cosa non mi sta bene e subito intendo convocare l’Avvocatura regionale per verificare se esiste la possibilità di fare ricorso alla Corte costituzionale contro i siciliani”.

Non so prevedere se, al momento opportuno, la battaglia per la segreteria federale avverrà effettivamente fra Salvini e Zaia, perché da qui ad allora (teoricamente il 2015) molte cose potrebbero cambiare. Ma oggi come oggi i due appaiono essere i meglio posizionati.

 

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