Tutto cambi perché nulla cambi: Maroni e il futuro degli indipendentisti

di GIANLUCA MARCHI

L’ennesimo patto di Arcore fra Pdl e Lega è stato dunque sancito. Per gli osservatori un po’ scafati della politica tale conclusione era prevedibile già da alcune settimane. Diciamo che le due parti hanno fatto un po’ di “ammuina”, cioè hanno fatto finta di agitarsi per dare l’impressione di avere in atto un braccio di ferro ad uso e consumo delle proprie basi elettorali. Soprattutto il Carroccio ha dato l’impressione di puntare i piedi sulla questione della candidatura a premier di Silvio Berlusconi, questione apparentemente risolta con l’escamotage del “capo della coalizione” che può essere diverso dal futuro candidato premier. “Se non è zuppa è pan bagnato” dicono dalle mie parti: la sostanza è che il Cavaliere è ancora una volta il capo dell’alleanza Pdl-Lega e se mai questo vecchio centro-destra dovesse vincere le elezioni, un possibile premier diverso dall’Uomo di Arcore sarebbe comunque nelle sue mani (anche se lui facesse il ministro dell’Economia, come ha avuto modo di dichiarare).

Perché la Lega, dopo non pochi mal di pancia interni, ha optato per il rinnovo dell’alleanza con il Berlusca e il Pdl? Personalmente penso che Roberto Maroni abbia una paura “fottuta” di perdere la partita per la guida della Regione Lombardia, complici anche le inchieste (a orologerie o meno poco importa) che toccano il movimento. E bisogna anche comprenderlo: in questa corsa alla vetta del Pirellone, che si è trovato fra i piedi molto prima del previsto (avrebbe dovuto essere, nel 2015, l’atto finale della sua segreteria), il nuovo capo di via Bellerio si gioca l’sso del collo, politicamente parlando ovviamente. Non diventare governatore lombardo avendo portato la Lega a correre da sola (insieme alle liste civiche in via di formazione e magari a un rassemblement di gruppetti autonomisti e indipendentisti) gli avrebbe probabilmente salvato la faccia, ma anche aperto un fronte interno da parte dei non pochissimi che puntano a metterlo in difficoltà: e Maroni non è tipo da lunghe attraversate del deserto alla guida di un movimento politico in trasformazione. Avendo invece optato per allearsi col Pdl, il segretario leghista ha scelto il tutto o niente: se vince, governerà la Lombardia e potrà fare fronte comune con Veneto e Piemonte; se perde, la sua carriera politica è finita e la Lega rischia l’estinzione.

Non ha tutti i torti l’ex ministro Roberto Castelli a dire, come ha fatto qualche giorno fa, che comunque decida di muoversi, Maroni rischia la pelle. E tuttavia, scegliendo l’accordo col Pdl,  il segretario lumbard ha in un certo senso tradito il cosiddetto  “modello Verona”, la formula politica che ha consentito a Flavio Tosi di essere rieletto alla grande per la seconda volta sindaco del capoluogo scaligero. Tosi, infatti, non ha firmato alcun accordo ufficiale col Pdl, bensì sono stati spezzoni del Pdl stesso a lasciare il partito del Cavaliere per creare liste a sostegno del sindaco uscente. Tra l’altro lo sbandierato – in queste ore – e presunto successo di aver costretto il Pdl ad accettare il progetto di trattenere il 75% delle tasse sul territorio sembra più di forma che di sostanza. Al riguardo basta ricordare cosa ha dichiarato l’ex ministro Paolo Romani proprio ieri: “Non si tratta di un grosso problema, visto che la Lombardia già adesso manda a Roma 150 miliardi all’anno e ne riceve di ritorno, sotto varie forme, 107”. Insomma, Romani fa intendere trattarsi di roba da poco, perché trattenere il 75%, significa che la Lombardia dovrebbe arrivare a 112,5 miliardi, quindi in definitiva ci sono in ballo poco più di 5 miliardi di euro l’anno, destinati a non cambiare di molto la vita ai 10 milioni di lombardi. Senza poi dimenticare che per la Lega allearsi col Pdl significa essere alleata, anche se indirettamente, con i Fratelli d’Italia di La Russa e Meloni e con il “Forza Sud” di Miccichè, Caldoro, Scopelliti e Fitto: con buona pace del “modello Verona” e di “prima il Nord”. E del famoso detto: da soli e via da Roma. La realtà è che non si può pensare di introdurre il nuovo rinunciando a nulla del vecchio. E qui non si rinuncia proprio a niente. Anzi siamo al fatidico “tutto cambi perché nulla cambi” del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Ma tant’è. Quella di Roberto Maroni si presenta come la gara per chiudere in bellezza la sua carriera politica, una gara pericolosa per la Lega e inoltre  complicata dalla presenza del candidato Gabriele Albertini, che rischia di essere una seria spina nel fianco mortale per lo schieramento di centro-destra.

E veniamo ora alla galassia autonomista e indipendentista, fatta da molto pulviscolo e da un soggetto un po’ più strutturato degli altri, vale a dire l’Unione Padana. Mi permetto, a titolo personale, di elargire qualche consiglio non richiesto. Partiamo dal fatto che i dirigenti di UP hanno avuto, in un recente passato, un confronto vis-à-vis con Maroni: un incontro sacrosanto – alla faccia di coloro che ne hanno subito menato scandalo – per sondare e capire le intenzioni del nuovo comandante leghista e le sue reali intenzioni sotto il cappello dell’Euroregione del Nord. La politica non è fatta di “splendido isolamento”: quello è testimonianza fine a se stessa e destinata a esaurirsi. Quei contatti non hanno poi prodotto nulla di concreto, ma ciò sta nell’ordine delle cose: non è perché due parti politiche si incontrano che per forza deve scaturire chissà che; ma se mai si parlano non scaturirà mai nulla di sicuro.

Al punto in cui siamo a Unione Padana restano due strade: correre da sola alle regionali lombarde, sempre che riesca a raccogliere le firme in tutte le province, cosa non affatto facile, oppure cercare un’alleanza tattica con uno dei candidati in campo, che difficilmente potrà essere Maroni. Nel primo caso una legge elettorale punitiva per le piccole formazioni alzerebbe al 3% l’asticella per conquistare almeno un consigliere regionale (senza contare che il risultato sarebbe ancora più arduo da raggiungere se la lista UP non fosse presente, per carenza di firme, in tutte le province lombarde). Nel secondo caso (alleanza tattica), Unione Padana sacrificherebbe forse qualcosa in termini di vis polemica, ma potrebbe ottenere un eletto con solo l’1% del voti, obiettivo più a portata di mano.

Mi si chiederà: ma è così vitale per UP entrare al Pirellone dalla porta principale? Io dico di sì per due motivi sostanziali: un consigliere regionale darebbe agli indipendentisti la possibilità di sfruttare una tribuna istituzionale irripetibile; in secondo luogo sarebbe il primo coronamento degli sforzi  compiuti da un gruppo di persone che, fuoriuscito dalla Lega perché deluso dai tradimenti politici di quel movimento, con fatica, errori ma tanto entusiasmo, in qesti dieci anni ha tenuto viva una fiammella che diverasamente sarebbe già spenta da tempo. Senza nuovo “petrolio” (e l’ingresso alla Regione Lombardia sarebbe petrolio), tale fiammella andrebbe incontro a un inesorabile decesso.

Per tali ragioni il mio personale consiglio non richesto è che UP cerchi un’alleanza tattica  per poter sbarcare al Pirellone e da lì, con rinnovato entusiasmo, lanci future battaglie nel nome dell’indipendenza. Volendo essere anche un po’ realisti e non solo idealisti, va detto che a volte la politica richiede di “mettere le mani nella merda”. L’importante è che ciò avvenga senza abdicare ai propri principi e senza tradire i propri ideali, come qualcuno di nostra conoscenza ha fatto per molti anni, cercando per altro di far credere il contrario.

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