La “dittatura democratica” blocca il cambiamento: non caschiamoci pure noi

di GIUSEPPE REGUZZONI 

Quando il dito indica la luna, l’imbecille guarda il dito. Lo scrivo con un grano di ironia, un po’ perché fa ancora figo citare il radioso maggio francese, un po’ perché è semplicemente vero. Siamo pieni di gente che guarda il dito, che indica la luna. Le manovre distrattive stanno funzionando, a quanto pare anche nella ristretta cerchia di autonomisti, indipendentisti e federalisti radicali (a sud delle Alpi il federalismo o è radicale, o non è …). Siamo minoranza, ma, soprattutto, siamo minoranza divisa. Complimenti a Roma che, ancora una volta, ha applicato con successo l’antico motto «Divide et impera», dividi e comanda. Quando il dito indica la luna, bisognerebbe guardare la luna, cioè la sostanza, non l’accidente. Del resto, tanto per rimanere in Francia, quel grande scrittore che è Antoine de Saint-Exupéry questo concetto lo aveva spiegato benissimo con l’apologo dell’astronomo turco che scopre un asteroide, si presenta al congresso degli astronomi europei in costume tradizionale, con fez e mantello, e rimane inascoltato. Ci riprova l’anno dopo, in giacca e cravatta, e stavolta lo ascoltano a bocca aperta. È la natura umana, direbbe il Piccolo Principe. Ma qui, dove in gioco è qualcosa che ci riguarda da vicino,  è anche peggio.  È la natura del potere, direbbe Machiavelli. Non si tratta di mettersi in giacca e cravatta, ma di dare una bella svolta a un sistema di reciproche esclusioni che avvantaggia solo chi vuole che tutto rimanga così com’è.

È capitato anche a me: ma come, adesso scrive per L’Indipendenza? E, dall’altra parte: ma come, non è quello che scriveva su La Padania? Vogliamo tornare a guardare a quel che si dice e a quel che ci interessa, piuttosto che a come, a chi e a dove lo si dice? Domande. Vale la pena di tornare a farsi delle domande. E vale anche la pena di fare ancora più informazione, di dire e raccontare come stanno le cose, vicino a noi e intorno a noi, perché il Ministero del Condizionamento sta funzionando alla grande e ci inonda di distrattori di ogni genere.

Mi ha stupito, leggendo i commenti al mio articolo sulle irregolarità nelle elezioni tedesche, vedere che anche tra gli indipendentisti, o forse più semplicemente tra i lettori di questo giornale, c’è ancora chi pensa che la democrazia sia questione di legge elettorale. Lo è sicuramente, ma è non solo questo. Ed è la ragione per cui le cosiddette grandi democrazie occidentali sono un mito che poco dovrebbe interessarci.  La democrazia elettoralistica è quella che confonde la rappresentanza e la libertà con la delega in bianco. Questa democrazia, che giustifica l’ingiustificabile, è funzionale ai poteri forti, quelli che dominano la comunicazione e creano l’opinione pubblica. Questa democràzia è antitetica alla libertà, che è la vera questione,  perché, se  ancora non ce ne siamo accorti, la democràzia sta trasformandosi in un sistema sempre più liberticida, dove una maggioranza condizionata e apatica, decide per delle minoranze attive.

La metamorfosi della democrazia in sistema dispotico non è una favola, ma una constatazione che si fonda su riflessioni antichissime (da Platone a san Tommaso) e arriva sino ai grandi romanzi distopici del Novecento, da Huxley a Orwell, passando per Bradbury. Nessuna dittatura ha mai detto di se stessa di essere una dittatura. La parola democrazia è la più abusata e la più vuota di tutto il Novecento, quella, per esempio, che ha giustificato i reticolati e i campi minati sui confini della DDR, la Repubblica “Democratica” Tedesca, e giustifica, qui e oggi,  la stessa negazione della questione settentrionale in Italia, comunque la si ponga, da indipendentisti o da federalisti.

Oggi la vulgata democratica, la dittatura della democräzia romana,  serve solo a giustificare lo status quo, a impedire il cambiamento e a ingrassare la Casta a spese dei popoli e delle comunità civiche, sottomessi e ampiamente distratti dal vero e unico problema: la loro libertà. Non caschiamoci anche noi. Il punto della questione, l’unico che davvero conta, è la nostra libertà ed essa sola dovrebbe essere la discriminante per ogni scelta politica e/o informativa e culturale. Chi la vuole e chi non la vuole.  Chi ci gira intorno e blatera, vuole solo mantenere una cadrega, se ce l’ha, o ottenerla, se ancora non ci è riuscito. I collaborazionisti, soprattutto se mascherati, sono più pericolosi delle truppe di occupazione.  La crisi devastante della Lega 2.0, micropartito della caccia a poltrone nei CdA e nei Ministeri romani,  e l’assenza di forze rappresentative dei nostri territori in seno al parlamento italiano, paradossalmente, sta aprendo nuovi spazi e riportando l’attenzione sul problema centrale della rappresentanza e della libertà.  Quando il dito indica la luna, bisogna guardare la luna …

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