Jobs act, la crescente precarietà

di CARLA RUOCCOlavoro

“In un Paese in cui le imprese sopportano un carico fiscale che può arrivare, complessivamente, a tocca­re il 70% del fatturato e un imprenditore brucia, mediamente, in un anno, un mese del suo tempo per sostenere il peso degli adempimenti burocratici, il governo Renzi decide di intervenire su un tema, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che riguarda appena il 2,4% delle imprese italiane. Piuttosto, quindi, che interessarsi del dato allarmante sulla mancata competitività delle aziende e dell’assenza di commesse, cause principali di 2 fallimenti all’ora in Italia, il premier decide di dare “il via”, pensate un po’, ai decreti attuativi del Jobs act su flessibilità in uscita (da dove se non crea lavoro?) e ammortizzatori.
Il contratto a tutele crescenti
Introduce il cosiddetto contratto a tutele crescenti ed elimina il reintegro pure per i licenziamenti collettivi. “Rottama”, quindi, per utilizzare un suo termine, l’articolo 18 e 200 mila co.co.pro., monetizza il diritto al lavoro, che viene così umiliato, lasciando “il reintegro” solo in caso di licenziamenti discriminatori o per quelli disciplinari in cui il fatto materialmente non sussiste. Di crescente resta, quindi, solo la precarietà, culla della depressione economica; rimangono, per l’appunto, forme iper-flessibili come il lavoro a chiamata e viene incoraggiata la “somministrazione”. Viene promosso l’allargamento selvaggio dell’uso dei “vouchers”. Insomma, tutti provvedimenti che sviliscono lo sviluppo delle professionalità di impresa.

Carla Ruocco, M5S Camera

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