PIU’ THOMAS JEFFERSON E MENO JEAN JACQUES ROUSSEAU

di CARLO ZUCCHI

Il Novecento è stato definito da Eric J. Hobsbawn il secolo breve. Sarà, ma a me sembra talmente lungo che non mi sono neanche accorto che è terminato. Oltre al dominio dell’Occidente, altri due aspetti lo hanno caratterizzato: l’irruzione delle masse nel gioco politico e due guerre mondiali combattutesi nella prima metà del secolo.

La seconda di queste ha determinato gli equilibri istituzionali a tutt’oggi esistenti, sia per quanto riguarda il mondo (Vedi Consiglio di sicurezza dell’ONU), sia per quanto riguarda l’Italia, con la costituzione del 1948 sorta dalle ceneri del regime fascista e di una guerra perduta. Ma oltre alle istituzioni politiche, la seconda guerra mondiale ha determinato gli assetti ideologico-culturali post-bellici, imperniati sulla contrapposizione tra i due stati vincitori del conflitto: Unione Sovietica e Stati Uniti. In particolare, questi ultimi sono diventati una sorta di metro di valutazione di tutto ciò che è bene e male; amati e odiati, causa di tutti i mali del mondo per alcuni, eterni liberatori per altri. E sulla figura degli eterni liberatori occorre soffermarsi, poiché il modo in cui si viene in contatto con altre culture non è indifferente nella percezione che di queste si ha. La generazione di italiani ed europei che ha vissuto la seconda guerra mondiale è stata la prima a venire in contatto diretto con l’America e lo ha fatto attraverso i suoi soldati. E questo è un po’ un paradosso della storia. Infatti, gli Stati Uniti nascono come una nazione dai cromosomi pacifici e libertari.

L’afflato ideologico lockeano che permeò i padri fondatori della neonata repubblica americana fece della proprietà l’istituzione centrale di una nazione organizzata secondo un assetto federale con 13 stati che si univano conservando la stragrande maggioranza dei propri poteri, tanto che quando si nominavano gli Stati Uniti lo si faceva con l’espressione “The United States ARE (gli Stati Uniti SONO)”, come a sottolineare la preminenza dei singoli stati rispetto al potere centrale di Washington. Quella era l’America dei pionieri in tutta la sua pienezza, in cui il potere politico, sostanzialmente nelle mani dei singoli stati, era molto più controllabile dai cittadini, che per questo erano molto più liberi. Inoltre, la quasi incorporeità dello stato centrale rese la comunità americana pacifica anche nei confronti dei nativi, il cui quasi sterminio è avvenuto soprattutto dopo la guerra civile, con l’avvento dello stato centralizzato e, con esso, di un esercito permanente. Purtroppo, la loro anima di comunità libere gli Stati Uniti hanno iniziato perderla con la guerra civile scatenata da Abraham Lincoln in barba alla Costituzione, che prevedeva il diritto di secessione dei singoli stati dall’Unione. Riguardo poi ai sentimenti di compassione di Lincoln verso gli schiavi, le sue parole suonano eloquenti: «Io salverei l’Unione. La salverei nella maniera più rapida al cospetto della Costituzione degli Stati Uniti. Prima potrà essere ripristinata l’autorità nazionale, più simile sarà l’Unione “all’Unione che fu”. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione, a meno di non potere allo stesso tempo salvare la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro.

Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione a meno di non poter al tempo stesso sconfiggere la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l’Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio a riguardo della schiavitù, e della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l’Unione; e ciò che evito di fare, lo evito perché non credo possa aiutare a salvare l’Unione. Dovrò fermarmi ogni volta che crederò di star facendo qualcosa che rechi danno alla causa, e dovrò impegnarmi di più ogni volta che crederò che fare di più rechi giovamento alla causa. Dovrò provare a correggere gli errori quando dimostreranno d’essere errori; e dovrò adottare nuove vedute non appena mostreranno di essere vedute corrette». Oppure: «Voi dite che non combatterete per liberare i negri. Alcuni di loro sembrano disposti a lottare per voi; ma non importa. Combattete allora esclusivamente per salvare l’Unione. Ho emanato la proclamazione di proposito per aiutarvi a salvare l’Unione. Nel momento in cui avrete vinto tutta la resistenza all’Unione, se vi inciterò a combattere ancora, sarà il momento buono per voi di dichiarare che non combatterete per liberare i negri». Da allora in poi quando si parlava degli Stati Uniti si usava l’espressione “The United States IS (gli Stati Uniti È)”, come a sottolineare la preminenza del potere di Washington sui singoli stati.

Il governo federale, sempre meno lockeano e sempre più hobbesiano e dotato di maggiori poteri, rese dapprima la vita impossibile ai nativi, poi mise sempre più becco nell’economia, tanto che nel 1913 istituì la Federal Reserve, la banca centrale americana, i cui azionisti sono le maggiori banche commerciali americane (lo stesso accade negli altri paesi occidentali) e alla quale il governo americano ha concesso il monopolio dell’emissione monetaria e il potere di controllo sulle banche commerciali, sue azioniste. L’intervento nelle due guerre mondiali ha definitivamente trasformato l’America in un paese guerrafondaio. Avevano ragione gli isolazionisti a dire di non immischiarsi negli affari europei. L’Europa doveva sperimentare sulla propria pelle, fino in fondo, le conseguenze dei propri errori ideologici. Aver evitato questo bagno purificatore ci ha reso ancor più cattivi e, dato che siamo un coacervo di popoli rosi dall’invidia, il ringraziamento per i morti americani nella seconda guerra mondiale è consistito in maggiore odio, perché se fai un favore a un invidioso, invece della gratitudine riceverai in cambio dell’odio, perché l’invidioso pensa che chi presta aiuto lo fa solo per dimostrare la propria superiorità.

Detto questo, però, oggi gli Stati Uniti sono per lo più odiati in virtù del mai sopito pregiudizio anticapitalistico. Certo, l’odio verso il potere finanziario annidato nella Fed, che sta facendo annegare gli Stati Uniti (e non solo) nei debiti, è più che giustificato, così come è del tutto legittimo criticare l’interventismo imperialista a stelle e strisce, perché le bombe in testa non piacciono a nessuno, anche se sganciate in nome della libertà. Il rimedio, però, non sta in più socialismo, ma nel valorizzare quanto è rimasto dello spirito pionieristico di un tempo, i cui benefici si possono manifestare solo togliendo il potere a Washington e alla Fed, come sostiene il candidato repubblicano alla presidenza Ron Paul. Insomma, un po’ più Thomas Jefferson e molto meno Jan Jacques Rousseau.

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