Chi ha fatto le scarpe all’Italia dei Valori di Di Pietro?

di PAOLO MARINI

Non ho simpatia alcuna per ciascuna delle formazioni politiche oggi presenti in Parlamento e, se un uragano le spazzerà, certo non mi straccerò le vesti. A prescindere da ciò che sarà dopo. Men di tutto, però, muove la mia commozione il funerale annunciato di quell’Italia dei Valori creata da Antonio Di Pietro sull’imperativo categorico di ripulire e moralizzare la vita politica. Per carità, nobili intenzioni, senonché per chi non è proprio a digiuno di cose della politica e anche volendo passar sopra allo spessore del personaggio, già suonava sibillino il nome della formazione: Italia dei Valori, si, ma… di quali valori? Guarda strano, per caso, è proprio avvicinandosi ad un partito che gli orizzonti politici e culturali – prima che i programmi e le idee concrete – hanno o dovrebbero avere un peso dirimente, una attrattività, una capacità di dividere ed aggregare, a seconda dei casi. Ma qui i “valori”, comunque dettati dal ‘capo’, si limitavano grosso modo all’imperativo categorico di cui sopra, un pastone fatto di demagogia e populismo che a parole avrebbe potuto andar bene a chiunque: a chi, infatti, non piacerebbe una politica più pulita e più morigerata di quella che da vari decenni tiranneggia l’Italia e ne dilapida la ricchezza? Tuttavia, è sufficiente questa bandiera per pretendere di acciuffare il voto degli elettori? Evidentemente, in qualche modo, lo è stata.

Anzi, il giochino ha funzionato per diversi anni, grazie all’indubbia abilità tattica del suo leader, sempre smaliziato e spregiudicato nella competizione mediatica, peraltro aiutato e niente affatto sminuito da quel suo italiano approssimativo e claudicante, da quel suo eloquio da piazza paesana che non dimenticava mai di inframmettere o concludersi con la frase strappapplausi e acchiappaconsensi. Facendo emergere quel tanto di contadino molisano (con tutto il sincero rispetto per il contadino molisano, s’intenda) che aveva e ha tuttora dentro di se e che la carriera di magistrato non aveva evidentemente eroso, con affettata bonomia e affermazioni azzeccate aveva portato tanti cittadini  ad identificarsi in totale buona fede nella ‘sua’ battaglia.

Eppure, malgrado tutto, non è mai stato evidente dove e quale fosse la diversità dell’uomo politico Di Pietro: egli è stato per anni, anche grazie al Porcellum, uno dei pochi consiglieri della Società a responsabilità limitata denominata “Parlamento”, insieme ai signori Berlusconi, Bersani, Casini e Bossi (poi sostituito da Maroni). Nell’urlato contrasto alla politica dei politicanti, è riuscito a collezionare alcuni dei peggiori ‘figuri’ della c.d. Seconda Repubblica – gente che passerà agli annali della storia patria in un separato bestiario – dimostrando un insolito fiuto nella selezione dei cosiddetti “rappresentanti del popolo”.

Da sempre e fino al momento presente è, alla pari degli altri “leaders”, il padre-padrone del suo partito e, in ogni caso, da padre-padrone mai ha mancato di comportarsi. Custode dunque di una alterità tutta affermata ed autoreferenziale, ancorché gradualmente smentita dai fatti. Ed il problema sta tutto qui. Perché se vai a sollecitare l’attenzione e l’entusiasmo degli elettori su istanze così ingombranti e impegnative come la riforma e la moralizzazione della politica, delle due l’una: o sei sin da subito coi coglioni quadrati ed in grado di marcare nei fatti e nelle scelte di ogni giorno una radicale differenza da tutto-quello-che-sta-intorno-a-te oppure, presto o tardi – è la politica, bellezza -, troverai sulla tua strada qualcuno più bravo e/o più spregiudicato di te che ti fa le scarpe. Ecco, quel qualcuno è nel frattempo sopraggiunto e pare che ti abbia fatto il mazzo. Con una incertezza non da poco: è Beppe Grillo o Report?

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