Italia, portaerei incompiuta

portaereidi ROMANO BRACALINI – Chiesero tempo fa agli studenti di un liceo quando si fosse compiuta l’unità italiana. Solo una parte esigua diede la risposta
giusta; i più la posposero al 1915, mischiando i ricordi del re “galantuomo” con i fanti del 24 maggio. Quanto alla definitiva caduta del fascismo,
per l’82% il 25 aprile 1945 rappresentava la “liberazione del Nord Italia”. Di piazzale Loreto, che pure fu un episodio a tinte forti, le nozioni restavano
confuse: se qualcuno c’era stato appeso per i piedi non si sapeva bene a quale fazione politica appartenesse, benchè non fosse difficile indovinarlo. Non andava meglio per i padri e i padrini della patria. Vaghe nozioni anche su Badoglio, celebre per aver detto il 25 luglio: «La guerra continua», ma non si sapeva bene con chi. Alla domanda chi era Ferruccio Parri scena muta per il 56% degli intervistati. D’accordo, non era un personaggio di spicco; e tuttavia nell’immediato dopoguerra, come esponente liberale antifascista, aveva avuto un momento di celebrità cadendo nelle grinfie di Guglielmo Giannini, estroso commediografo napoletano, fondatore dell’Uomo Qualunque, che lo sbeffeggiava chiamandolo con gustoso anagramma: «Fessuccio Parmi».

 

La scuola, come quella di Pinocchio, dà test sempre fortemente significativi. In questi giorni è stata varata la seconda portaerei italiana, la più grande mai
costruita, la “Cavour”; la prima si chiama “Garibaldi”; e in questo revival di padri della patria ho sentito dire che «il Risorgimento è un sentimento vivo e che gli italiani sono orgogliosi della loro storia». Il test scolastico appena accennato direbbe l’esatto contrario. Non ho potuto fare a meno di pensare che l’Italia nella sua breve, ancorchè accidentata, storia unitaria ha sempre imposto “eroi” di comodo e fortemente ideologizzati. Il fascismo, che non varò portaerei perché «L’Italia stessa è una grande portaerei» (aveva detto Mussolini stratega da bar del Giambellino), intitolò la flotta militare alle glorie del passato, dal Risorgimento, e anche dopo, fino all’impero romano, in cui il regime alla ricerca di miti ed eventi edificanti aveva individuato i “meglio fichi del bigoncio”, con i simboli moderni del fascismo: Nino Bixio, Enrico Dandolo, Enrico Toti, quello della stampella, Alfredo Oriani, che aveva vaticinato
l’impero, Roma, Camicia Nera, Littorio, 28 ottobre. Ogni regime ha spiegato i suoi eroi e i suoi modelli di vita. Forse abbiamo corso il rischio di avere un lanciamissili Togliatti, o una fregata Pajetta, se il Cremlino non crollava in tempo.

 

Però, se può confortare, a Torino c’è ancora corso Unione Sovietica, che invano la si rintraccerebbe sulle carte più aggiornate. La storia italiana è come il milite ignoto. È un monumento, ma non si sa bene cosa c’è dentro. Quello stesso Cavour al quale è stata intitolata la portaerei confidò una volta, con l’aria di vergognarsene: «Se avessimo fatto a noi ciò che abbiamo fatto all’Italia, saremmo dei bei bricconi», e non aggiunse altro perché gliene mancò il respiro. Le navi da guerra americane sono intitolate ai grandi presidenti, c’è anche Reagan tra loro, e ai loro più grandi generali e ammiragli, e a nessuno viene in mente di metterne in dubbio l’autenticità e il valore. Da noi qualche dubbio sorge sempre, ed è il difetto di una storia non condivisa.

 

La letteratura romantica, da Guerrazzi a D’Azeglio, a Tommaso Grossi, fece di tutto per infondere negli italiani un sentimento di patria riesumando disfide di Barletta, assedi di Firenze, Carlo Ottavo e Pier Capponi, e «voi suonate le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane», Francesco Ferrucci e Maramaldo, tutti episodi marginali o inventati, in cui l’onore militare offeso era affidato al valore solitario del solito fesso e gli altri alla finestra a vedere come si metteva, salvo poi farsi vivi e chiedere la pensione. Non si costruisce l’identità sulla “leggenda”. Nel ’48, uscendo da Peschiera rinforzato, Radetzky, a chi lo metteva in guardia dal compiere un’inutile audacia, rispose sicuro di sé: «Gli italiani se possono tendono a scappare». Von Clausewitz, teorico della guerra, spiegava questa costante col fatto che «si è buoni soldati se si è buoni cittadini». E se li italiani non sono mai stati né l’uno né l’altro una ragione ci sarà!

(da Il Federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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