Istanbul: quando è troppo è troppo! E da noi nulla?

di ELETTRA  da Istanbul

All’inizio, domenica 26 maggio, erano solo poche decine di giovani, mamme, anziani, impiegati, che protestavano contro l’abbattimento dei 600 alberi che formano il Parco Gezi, accanto alla piazza Taskim, voluto dal Governo per far posto ad un centro commerciale (l’ennesimo a Istanbul) e ad una moschea. Piazza Taskim ha per i turchi un valore simbolico speciale: al centro vi sorge il monumento che ricorda l’istituzione della Repubblica Turca nel 1923, a seguito della rivoluzione promossa da Kemal Ataturk, il padre del moderno stato laico della Turchia. Ed è qui che tradizionalmente  si svolgono le manifestazioni politiche e sindacali. Ma in questo caso si trattava solo di una manifestazione per difendere uno dei pochi parchi, peraltro non molto grande, sopravvissuti nel centro della città sempre più affogata dal cemento.  

Poi, nel corso della settimana, il parco, la piazza e i pochi manifestanti sono stati circondati da ingenti forze di polizia: migliaia di agenti armati di tutto punto, con autobus blindati, buldozer, camion con idranti e così via, stazionavano in permanenza nelle vie adiacenti, quasi si trattasse di fare una guerra. Ma a chi poi?

Ed è così che molti altri cittadini di Istanbul hanno cominciato a solidarizzare con i manifestanti che, da poche decine, sono diventati centinaia, migliaia e decine di migliaia. Venerdì 31 la polizia ha dato il via a lanci di lacrimogeni, ad utilizzare gli idranti ed è stato il patatrac.

Mezzo milione di persone arrivate da tutta la città, tra sabato e domenica (1 e 2 giugno), si sono concentrate intorno alla storica piazza Taksim  e hanno gremito con bandiere e striscioni le strade della collina di Besiktas, fin giù al grande viale che costeggia il Bosforo e dove si trova il palazzo in cui risiede il primo ministro Tarip Erdogan quando è a Istanbul. Tutti scandivano a gran voce, fra gli altri, uno slogan che è diventato il leit-motiv dei manifestanti e che in italiano significa più o meno: quando è troppo è troppo! Ora la protesta non riguarda più solo il Gezi Park di Taksim ma il Governo stesso, accusato di voler lentamente “iranizzare” la Turchia, di promulgare leggi contro la libertà delle persone, di arrestare e imbavagliare chiunque parli o scriva in termini critici contro l’operato di Erdogan e l’AKP, il suo partito islamico.

Un segno per tutto: la soppressione, già in atto, di ogni festività che ricordi le gesta e la grande modernizzazione attuata da Kemal Ataturk.

In Turchia si sente parlare di questi problemi almeno da due anni. Dunque non c’è da sorprendersi, almeno là in Turchia, se alla fine, ovvero “quando è troppo è troppo”, i cittadini si muovono per riprendersi i propri diritti. Ciò che colpisce, e molto noi italiani, è la capacità di così tante persone di ogni estrazione, età, professione di mettersi in gioco e di rischiare anche la propria incolumità (nulla è stato risparmiato tra idranti puntati ad altezza uomo e candelotti lacrimogeni scagliati in viso a cittadini inermi) per contrastare un sopruso, per fermare una deriva antidemocratica, per riappropriarsi di una sovranità che viene messa in pericolo. E con l’ammirazione per questa gente che, come tutti vediamo, non arretra e non desiste malgrado la durezza della reazione del potere, il pensiero fatalmente corre a noi, appunto a noi italiani. Certo, noi possiamo scrivere e dichiarare tutto ciò che desideriamo e non venire arrestati o licenziati, ma forse solo perché si è trovato un modo più sottile di prevaricare, dato che ciò che noi pensiamo, chiediamo, persino votiamo viene puntualmente disatteso.

Perché i turchi hanno trovato questa spinta ad opporsi (dato che nessun partito lo faceva per loro) e noi assistiamo come narcotizzati al devastante balletto della nostro politica da così tanto tempo? Come mai le piazze di tutta la Turchia si riempiono nel giro di una manciata di giorni e da noi i cittadini girano lo sguardo altrove sperando sempre che arrivi qualcuno che risolverà i problemi per loro? Forse una lettura possibile, tra le tante, c’é. Per i turchi, come abbiamo avuto modo di sentire dalle loro stesse testimonianze, la grande opera politica di Ataturk, che ha portato la democrazia e modernizzato il Paese, rappresenta una conquista irrinunciabile,  tramandata e studiata con impegno anche nelle scuole. Ogni cittadino sente propri i diritti che ha conquistato, dando  un senso all’essere cittadini, responsabili e protagonisti della vita del proprio Paese. Hanno un Parlamento, certo, ma se la rappresentanza politica non funziona più, si muovono in prima persona, perché il patrimonio di diritti e di vera democrazia acquisito è più importante persino della propria pacifica vita. In altre parole… quando è troppo, è troppo!

Vi viene in mente nulla?

 

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