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Insicurezza e morti ammazzati. E’ tutto programmato…

mezzogiornodi STEFANIA PIAZZO – Il disordine. Il disordine non è irrequietezza né approssimazione. La confusione è figlia del calcolo, è l’esempio virtuoso del saper far bene il male. Se non lo si vede a occhio nudo non importa, d’altra parte l’essenziale è invisibile, come sempre. Mica te lo viene a dire: salve, sono “il complotto” contro le riforme. Le va di bere qualcosa? Noi non ce ne accorgiamo e ci beviamo lo stesso quello che passa la politica della comunicazione o la comunicazione politica (quella ben fatta), come si preferisce.
L’essenziale, in questa fase di guado del Paese, è la strategia delle pistolettate stradali, gregaria del passato che non è mai andato via.
L’importante è non restare accecati dalle polemiche sulla taglia e sulla ghigliottina sulla taglia, perché l’epicentro del terremoto giustizia
fuoriesce dalle viscere dei vicoli di Napoli.
Là. Sotto le sottane appese, sotto gli inesorabili mutatis mutandis dei Rinascimenti politici abortiti prima ancora di essere concepiti. Sbagliato considerare centinaia di omicidi in un anno per strada come un fenomeno da noir, una variante del tipo “cammina per Napoli e poi muori”.
Sbagliato. Sufficiente ma non troppo invocare una chiamata alle armi morali del Vomero perbene, di Posillipo o Fuorigrotta.

Sta sfuggendo di mano e di vista la riconquista del potere attraverso il Farwest, non quello “sobillato” secondo alcuni da taglie o tagliole,
ma quello sostanziale con lo stellone politico in un diabolico gioco delle parti tra sinistra, sindacati, spesa pubblica, agitatori. E magistrati. Eccoci qua.
Magari si può fare un passo indietro: ve la ricordate la defenestrazione di Agostino Cordova, procuratore capo di Napoli? Il suo trasferimento (deciso dal Csm) a consigliere della Corte di Cassazione, calendario alla mano, venne controfirmato  dal Guardasigilli. E con perplessità. Recitava la nota ufficiale, con metodo ispirato: «Nel merito il ministro ha ritenuto che la firma del decreto, che per altro non comporta condivisione nel merito, avesse natura di atto dovuto».
È stato detto tutto su quella “cacciata”. Ma non dicono i giornali, non spiega la politica che l’instabilità sociale è l’era o l’area del cratere nel dopo- Cordova. Si scrive ciò che serve e cioè quanto viene percepito dagli italiani: la violazione di un contratto tra il governo e i cittadini, il tradimento di un patto sulla sicurezza. Peccato, non si scrive del mandante. Né del fatto che il corso degli eventi, della storia, può essere pianificato a tavolino, lasciando al piano inclinato della cronaca concordata di fare il resto e far poi rotolare i pallettoni.

 

Nulla è stato lasciato al caso. C’è sempre un Dominum del caos. Insomma, il disordine è cosa ragionatissima. Negli anni ’80 furono utilizzate due armi per mettere sotto scacco lo Stato: le Brigate Rosse e la delinquenza napoletana (ad esempio è un dato storico che le connessioni tra Cutolo e qualche allora leader di partito resti ancora una matassa da sbrogliare).

 

Quando il sistema voleva darsi un’apparenza di perbenismo e di efficientismo s’inventava qualcosa, qualche “caso Tortora”. Una disgrazia messa in piedi a tavolino per dimostrare che “lo Stato c’era”. Napoli, oggi, è l’emblema della storia che si ripete e che agita, sobillando i mutamenti. Prendiamo ad esempio la collocazione sociale, politica dei cosiddetti disobbedienti: è tale da fare da camera di comunicazione tra una certa sinistra in giacca e cravatta, tra la sinistra scalmanata e i delinquenti puri e semplici. I “sovversivi sociali” sono sempre perfettamente baricentrici rispetto a queste posizioni, strano e verissimo. La tecnica è sempre la stessa: prima delegittimano l’istituzione, poi incalzano le forze di polizia.

Il vantaggio del tranello è ben ripartito: scatta subito la volontà di voler aumentare gli organici della sicurezza (senza invece modificare le politiche di coordinamento e di spalmatura sul territorio). Aumentati gli organici cresce anche la spesa dello Stato. Se aumenta la spesa cresce il potere contrattuale dei sindacati, e di conseguenza il potere della sinistra, che incassa in domino. Un boa che strangola qualsiasi riforma. Quello che non si riesce ad ottenere in Parlamento lo si ottiene nei vicoli di Napoli.

 

Non è da oggi che la sinistra utilizza la base, il “popolo” come randello per farsi spazio, estendendo però il concetto di “popolare” a tutta la struttura sociale, dal religioso al professore, dall’operaio al commerciante, dal cattedratico al mezzamanica. Un più o meno inconsapevole serpentone di consensi che, chiuso il cerchio, diventa cinghia di trasmissione tra quello che manca al vicolo per arrivare in Parlamento.
Napoli è diventata scientificamente più ingovernabile. E mentre fumano le pistole come il Vesuvio, restano nella canna della biro altre domande: che sta facendo il Sisde? Ce lo spiegasse, per capire. E la Dia, la celebrata Direzione investigativa antimafia della Procura?
Qual è il loro ruolo, quali sono i risultati, a parte i blitz estemporanei? Un pacchetto sicurezza in Parlamento, sulla vena dell’emergenza, non fa mai male, ma quale legge potrà mai scoperchiare un sistema di equilibrate complicità ambientali, quale pena sarà prevista per chi ha fatto dimettere dal carcere dove si trovava per rapina l’omicida di una delle ultime vittime napoletane?

Ma l’impotenza è una malattia molto diffusa. E il gioco degli incastri delle impunità è un problema anche nostro.
Una cara collega un giorno  bussò al mio ufficio, sbiancata in volto: mi sono entrati in casa dal tetto – mi dice – mentre la famiglia, alle nove di sera, al piano di sotto, guardava la tv. Se ne è accorto un figlio che, salendo in studio, si è trovato di fronte il ladro. Che gli ha
girato le spalle, come avesse un’aura di protezione e di alibi sociale già pronto all’uso, entrando in un’altra camera per finire
la razzia.

Con calma e senza correre, totalmente indifferente alla scoperta, dando il senso di un’inequivocabile prova di forza. Fisica, armata e giudiziaria. I carabinieri hanno detto che è andata bene: nessuno ha sparato. Una vita di ricordi e risparmi se ne è uscita dalle tegole di
casa. I vivi restano, sepolti però dallo sgomento di una sovranità politica che non legittima la difesa, che rincorre gli intellettuali delle grazie, e che umilia nell’oblio la dignità violata. La prossima volta, hanno detto gli agenti alla collega, il cane tenetelo in casa, vi avvertirà prima. Per risalire dalla melma, ma non avevo dubbi, bisognerà tornare coi civili lupi cattivi.

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