Inno di Mameli, un abusivo obbligatorio da 70 anni

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di ROMANO BRACALINI –  L’aver reso obbligatorio l’Inno di Mameli nelle scuole è parso anche a taluni professori di sinistra un gesto esemplare e doveroso per riedificare il sentimento di patria notoriamente debole e lacunoso. Nessuno che abbia ricordato (ma forse non lo sapevano) come il voto del Senato ricalcasse, come un vizio di forma ricorrente, la medesima intenzione del fascismo di rendere obbligatori nelle scuole del regno la “Dottrina del fascismo”, scritta da Benito Mussolini, e l’Inno dei Balilla, allo scopo di trasmettere agli scolari “l’orgoglio e il vanto di appartenere a una simile Nazione e di ubbidire a un simile Uomo!” (tutti rigorosamente maiuscoli). La spontaneità dei sentimenti è propria delle democrazie; l’imperativo e l’obbligo sono l’armamentario delle tirannie. I giovani sono i più indifesi e ambiti dalla propaganda che ne fa il simbolo più vigoroso e promettente della nazione. ”I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, si cantava nelle scuole del ventennio. Goffredo Mameli, senza intenzione, aveva fornito al fascismo lo slogan più azzeccato. Il nome veniva da Giovanni Battista Perasso, il ragazzo genovese che nel 1776, lanciando in Portoria un sasso contro gli austriaci, aveva dato inizio all’insurrezione popolare. Perasso divenne l’eroe protofascista in cui ogni ragazzo italiano doveva specchiarsi. Il pittore Mario Mafai, padre della giornalista Mirian, lo glorificò dipingendo una “Testa di Balilla”. Goffredo Mameli morì sugli spalti di Roma nel 1849. Lasciò l’inno che non fece spasimare, anzi pareva piuttosto sconclusionato, del quale la proclamata Repubblica del 1946 si ricordò per farne l’inno provvisorio della Nazione. Se ne cercava uno più bello. Non si trovò. Da provvisorio divenne definitivo. Nessuno lo cantava, nessuno sapeva cosa volesse dire “l’elmo di Scipio” e tanto meno: ”Dov’è la vittoria? Le porga la chioma che schiava di Roma Iddio la creò”. Si ebbe solo l’accortezza di emendare il testo della frase compromettente: ”I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”. Tutti gli altri versi sanguinolenti rimasero benché di difficile digestione. Ai campionati del mondo di calcio, i giocatori italiani facevano scena muta. Solo ora qualcuno fa finta di biascicarlo.

Mameli compose l’inno nel 1847 su richiesta di Giuseppe Mazzini, sempre alla ricerca di un pretesto qualsiasi per stimolare la vena eroica degli italiani. Come cavare il sangue da una rapa! La musica era di un compositore genovese, Michele Novaro, autore anche di un’opera buffa in dialetto genovese. Il testo dell’inno parve ostico benché baldanzoso e funereo, con quel perplesso interrogativo: ”Dov’è la Vittoria?”, ed era bene saperlo per correre, in caso di bisogno, sul carro giusto. Nondimeno, quei versi strampalati e truculenti, senza aver nulla di marziale, sembrarono adatti a un popolo canoro e spensierato e il buon Mameli, componendoli, non era del tutto inconsapevole che agli italiani, guerrieri di tutto riposo, più che le “pugne” si addicessero le “pugnette”. ”Fratelli d’Italia”, questo il titolo dell’inno, venne eseguito per la prima volta a Pisa e a Genova nel 1849 e fu l’inno della Repubblica Romana. Il papa era fuggito a Gaeta. Roma senza il papa non era un evento da poco. Mameli era corso a “liberare” Roma, senza immaginare che i romani non volevano essere affatto “liberati”. Ci arrivò con gli altri volontari mazziniani e garibaldini, quasi tutti padani, asserragliati sulle mura dove c’erano tutti, milanesi e bergamaschi, veneziani e trentini, ungheresi e ticinesi, tutti salvo i romani, che già allora spettavano gli italiani per accaparrarsi i posti all’Alitalia o nelle Ferrovie. Mameli, pieno di dignità e di buone intenzioni, poco prima di cadere sul campo, aveva scritto alla madre: ”Qui ci prepariamo a resistere. Dio voglia che si salvi almeno l’onore, che gli stranieri non possano dire che gli italiani son vili…”. Non ci aveva azzeccato. Dalla battaglia di Legnano del 1176 gli italiani non avevano mai vinto una battaglia da soli. E dire che aveva scritto l’inno per risvegliarli, se proprio non era possibile farne dei “cuor di leone”. Povero Mameli morto a Roma, e quel che è peggio, per Roma, a 22 anni. Se l’inno è l’espressione di un Paese, non c’è dubbio che egli non avrebbe potuto far di meglio, o di peggio. Non si può biasimare i giocatori che masticano la “cicca” invece di cantarlo. Ben diverso successo avrebbe riscosso “Vola colomba”.
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