CONTRO L’ITALIA QUALCOSA (DI UFFICIALE) SI MUOVE IN SARDEGNA

di PAOLO AMIGHETTI

Risalgono a pochi mesi fa le dichiarazioni di Umberto Bossi sulla separazione della Padania dall’Italia.

Il Senatùr, forse deciso a rispolverare i fucili (scarichi) e a ripescare dal cassetto il vessillo secessionista già una volta sbandierato, ha annunciato lo scorso dicembre che “l’Italia è stata sconfitta dalla storia, e che la Padania vincerà”. I militanti assuefatti ai più disparati proclami hanno accettato con gioia la sterzata leghista: beati loro, che hanno ancora la forza di credere in qualcosa. Un’occhiata smaliziata tuttavia vale più di tante speranze: e nulla lascia pensare che Bossi abbia interesse a fare a pezzi un sistema grazie al quale ha edificato, in questi vent’anni, un feudo tangentizio e nepotista.

L’Italia si dividerà non grazie all’audacia della Lega, quanto alla sua ipocrisia e alla sua falsità, nodi cruciali che verranno al pettine. Perchè la più seria minaccia all’unità nazionale oggi non proviene dalle valli bergamasche, nè dalla valle del Po, nè dal Veneto, ma dalle montagne sarde. La regione a statuto speciale è amministrata da una giunta composta da Pdl, Udc, Riformatori sardi, Partito sardo d’azione, Unione democratica sarda e Movimento per le autonomie; il consiglio regionale ha approvato un ordine del giorno presentato dal Partito sardo d’azione, Sel, Udc, Fli, Idv e Api, nel quale emerge la necessità di esaminare puntigliosamente le “ripetute violazioni dei principi di sussidiarietà e di leale collaborazione da parte del Governo e dello Stato italiano nei confronti della Regione Sardegna”. Non sarà la festa del tè di Boston, ma certo si tratta di un evento più unico che raro in un paese da sempre incapace di accettare mutamenti dell’assetto istituzionale.

Il testo presentato in consiglio regionale delibera altresì di “avviare una sessione speciale di lavori, aperta ai rappresentanti della società sarda, per la verifica dei rapporti di lealtà istituzionale, sociale e civile con lo Stato, che dovrebbero essere a fondamento della presenza e della permanenza della regione Sardegna nella repubblica italiana”. D’accordo, l’esperienza consiglia di non lasciarsi prendere dall’entusiasmo. In politica un testo o una dichiarazione possono finire nel dimenticatoio in poche ore o essere smentite in un amen. Ma le parole hanno un peso: e l’ordine del giorno dà per inteso che, se talune condizioni che regolamentano i rapporti tra regione autonoma e stato non venissero più rispettate, la permanenza stessa dell’isola nella repubblica italiana potrebbe essere messa in discussione.

La Sardegna è per natura e storia soggetta a rivendicazioni di larga autonomia, e lo stato italiano ha sempre scelto di assecondarle, pur di non perdere la sua sovranità sull’isola. Lo stesso statuto speciale, accordatole nel 1948, testimonia la sua lontananza reale dall’Italia continentale. La tradizione politica autonomista è peraltro fortemente radicata: il Partito sardo d’Azione è nato nel lontano 1921 ed è sopravvissuto fino ai giorni nostri. La lingua sarda ha una dignità pari all’italiana, riconosciutale sia dalla popolazione che dalla burocrazia di stato: e anzi nell’isola la lingua nazionale è miscelata più che altrove agli innumerevoli idiomi locali.

Le condizioni per una presa di posizione forte contro l’autorità dello stato italiano sono teoricamente presenti: chissà che la recente proposta della giunta regionale non sia il primo passo verso l’autodeterminazione.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

FONDI NERI IN AUSTRIA PER LEGA NORD E PDL

Articolo successivo

FALSA UNIVERSITA' CHE HA LAUREATO BANFI E BUTTIGLIONE