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Indipendentismo sul binario morto. Tutto da rifare

di GIOVANNI POLLIpadania ambiente

Poco più di vent’anni fa, ci fu un periodo in cui Umberto Bossi, nei suoi incontri politici pubblici, portava alla luce alcuni dati inoppugnabili: fra tutti, l’aumento del numero degli Stati sovrani nel mondo. Appena 74 nel 1946, al termine della Seconda guerra mondiale, e ben 192 nel 1995, appena sei anni dopo il crollo del Muro di Berlino.

Dopo il crollo del muro

L’aumento di numero degli Stati indipendenti, e quindi l’indipendentismo come  fenomeno sociale mondiale, apparivano come la vera sfida politica a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo. Da una parte la globalizzazione, dall’altra la ripresa di consapevolezza di popoli e territori. Insomma, la crisi del vecchio Stato nazione sembrava ormai irreversibile. Se nel Secondo Dopoguerra la decolonizzazione era stata il motore più importante per l’avvento di un gran numero di nuovi membri della Comunità internazionale, la fine del blocco sovietico aveva quindi portato un nuovo considerevole impulso all’indipendentismo come strumento di ridefinizione dei confini, dei poteri e della geopolitica mondiale.

Dopo i colonialismi interni

Al punto che anche gli storici colonialismi interni europei, da Euskadi alla Catalunya, dall’Ulster alla Scozia, sembravano finalmente essere in grado di avviare il loro percorso virtuoso. Sembrava possibile il trionfo di quelle spinte di libertà messe in campo da parte di comunità da sempre ansiose di raggiungerla, spesso attraverso anche gli strumenti della lotta armata.

Quelle spinte popolari all’unità mai esistite
Ma anche il grande equivoco italiano, vale a dire uno Stato fortemente disequilibrato e disarmonico, nato per volontà esterne camuffate propandisticamente da “spinte popolari all’unità” in realtà mai esistite se non nei libri di storia scritti ex post, sembrava avviarsi ad un punto cruciale di rottura e di risoluzione.

 

Le spinte dal Nord e dal Sud
L’enorme crescita di consapevolezza di molti fra popoli rinchiusi a forza dello Stato italiano iniziava a farsi largo, una volta venuto meno il vecchio assetto geopolitico mondiale e i vecchi partiti politici che se ne facevano interpreti. Dapprima a Nord, soprattutto per l’insofferenza verso le vessazioni di ogni genere e le inefficienze burocratiche e parassitarie del centralismo romano e poi, anche se molto più timidamente, anche a Sud. Un po’ per reazione, un po’ per la ripresa di consapevolezza della reale portata della grande truffa del “Risorgimento” ai danni delle popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie. E per la ricerca di un nuovo modello di sviluppo dopo il fallimento conclamato dell’assistenzialismo parassitario e delle “cattedrali nel deserto” di un’industrializzazione tanto velleitaria quanto impossibile in assenza di infrastrutture tecniche e sociali.

Gli scenari mutati, oggi 2015. Binario morto
Oggi, 2015, gli scenari appaiono decisamente mutati. Fallito il referendum scozzese, in particolare per le enormi spinte propagandistiche contrarie provenute anche da Oltre Oceano, mandato su un binario morto il referendum catalano, annacquate nel processo di pace di Stormont le richieste di ricongiungimento delle Sei contee dell’Ulster con la madrepatria irlandese, l’Europa appare di nuovo schiacciata tra una geopolitica mondiale sempre impietosa e la gabbia normativa e monetaria delle istituzioni dell’eurocrazia finanziaria continentale e globale.

Le manipolazioni delledemocrazie

Con abilissime manipolazioni mediatiche, le “democrazie” occidentali sono riuscite nell’intento di eliminare qualunque dibattito tra centro e territori, tra Stati e popoli e Regioni. In Italia, in particolare, il neocentralismo vigoroso seguito alla presa del potere da parte della tecnocrazia montiana non solo ha bloccato in modo definitivo il percorso appena avviato di federalismo fiscale, ma ha innestato una rapida retromarcia, con la soppressione dell’elezione democratica dei consigli provinciali e con la controriforma in atto del Titolo V della Costituzione, per depotenziare il più possibile le autonomie regionali.

La rivincita del neocentralismo

Facendo leva sulla propaganda degli “sprechi” e alimentando l’antipolitica, il regime neocentralista è riuscito con facilità a far schierare l’opinione della maggioranza dei cittadini contro le loro stesse libertà e articolazioni autonomistiche.
La stessa dialettica “sistema/antisistema”, che fino a ieri coinvolgeva i territori contro il centralismo degli Stati visto a ragione come la conservazione da combattere, oggi ha spostato attori e obiettivi. In causa, la “sovranità” (degli Stati) contro il nuovo centralismo di Bruxelles e della Troika.

Dalla sovranità territoriale alla lotta contro l’Europa bancaria

Negli Stati più vessati dall’austerità e dal rigore imposti dallo strapotere finanziario, sono quindi emersi o stanno emergendo nuovi soggetti politici di opposizione che poco o nulla hanno a che fare con le istanze di sovranità territoriale. Alexis Tsipras, in Grecia, Podemos in Spagna, il “nuovo” Fn di Marine Le Pen in Francia stanno catalizzando consensi di quella crescente parte di popolazione sempre più danneggiata gravemente dalle politiche recessive imposte dal dominio Ue-Merkel sul Continente, e decisa a riprendere il controllo della situazione e della sovranità dalle mani dei finanzieri e dei loro delegati politici.

Italia nel guado

E in Italia? Lo Stato che ha visto nascere il più forte movimento indipendentista del continente è nel mezzo del guado, e lì molto probabilmente resterà ancora per un bel pezzo.
Se, come abbiamo visto, le riforme per ridare poteri e fiato ai territori sono state bloccate e l’orologio è stato rimesso in funzione all’indietro, chi è “antisistema” si divide oggi piuttosto equamente in tre parti: chi ingrossa il fiume dell’astensionismo, chi ha dato voti e riposto fiducia nel M5S, numericamente in calo, e chi segue la proposta della “nuova” Lega di Salvini. I cui consensi nei sondaggi sono in rapida crescita, spinti da una continua e costante presenza in Tv come non era mai accaduto per alcun leader del Carroccio in alcun momento storico.

Questione territoriale in soffitta
Se nella Penisola iberica gli indipendentismi storici rischiano quindi di essere soffocati da un’opposizione di base genericamente rivolta contro il sistema eurocratico ed incarnata da Podemos, nello Stato italiano la questione territoriale è ormai passata rapidamente in soffitta. Perché se è vero che la Lega Nord resta un movimento statutariamente indipendentista, è altrettando vero che lo “sbarco al Sud” sta avvenendo sull’onda di tematiche che con federalismo e indipendentismo non hanno nulla a che vedere, e senza reali coinvolgimenti delle forze indipendentiste locali, nonché senza quell’elaborazione di pensiero indispensabile per fornire basi e sistematizzazioni logico-politiche a mutamenti di oggetto sociale così repentini e stranianti.

Quali indipendentismi?
Di fronte a uno scenario così devastato, può esistere ancora nello Stato italiano uno spazio per gli indipendentismi duri e puri, radicati, storici e storicamente motivati? Se i movimenti politici che affermano di perseguire l’indipendentismo sono spesso piccoli e in lite tra loro (cinque soltanto in Veneto che si presenteranno alle Regionali l’un contro l’altro armati), salvo rare eccezioni difettano anche di quelle visioni strategiche nei confronti della geopolitica e dell’oligarchia europea che oggi sono il vero “must” per presentarsi sul mercato politico in un momento di gravissima crisi come quello in cui ci troviamo. Può persino capitare anche che vi siano formazioni “indipendentiste” ideologicamente vicine alle tecnocrazie eurocratiche.
Nelle aree padano-alpine carenza di analisi e studio

Siamo per di più molto spesso in presenza, nelle aree padano-alpine, di una estrema carenza di analisi storica, culturale, linguistica, identitaria, per la quale alcuni movimenti “meridionalisti” invece appaiono molto più avanzati. Se le condizioni sono queste, la soluzione è una soltanto: ricominciare con grande pazienza dagli elementi fondamentali. Senza una consapevolezza “dal basso” dei popoli di essere tali, e senza la coscienza dei territori di quali possano essere i reali problemi e quali le reali soluzioni, da ricercarsi soprattutto nella dialettica “global/local” più che nell’invocazione del ritorno alle sovranità dei vecchi Stati padroni, ogni speranza di ridare poteri a popoli e regioni resterà oggi più che mai chiusa nello scrigno delle illusioni di pochi e nobili sognatori. E rimandata a tempi decisamente migliori.

 

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