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INCREDIBILE: L’INVALIDO CHE LOTTO’ PER FARSI RICONOSCERE SANO

di JAMES CONDOR

Nell’Italia dove i finti ciechi leggono il giornale e corrono nei parchi senza pudore, dove la furbizia regna sovrana e la dignità viene barattata per un pezzo di pane, la storia di Antonio Balbo rappresenta un’eccezione così grande da costituire un vero e proprio cortocircuito. Un cortocircuito capace di mandare in tilt il sistema. Perché la sua è la storia di un uomo sano ma ritenuto invalido, e che ha dovuto lottare tredici anni per farsi credere e rendere indietro una pensione che non aveva mai voluto. Un uomo cui le istituzioni, infatti, impreparate al cortocircuito, hanno devastato la vita senza pagare alcuna conseguenza: visto che nemmeno in tribunale, il giudice, pur dandogli ragione, è riuscito a individuare un solo colpevole.

Per comprendere bene ciò di cui stiamo parlando, cominciamo dall’inizio.

Siamo nel 1990. Antonio Balbo vive a Milano, ha 28 anni, è sposato da sei ed è padre di due figli. Ha un lavoro soddisfacente come arredatore e uno stipendio di due milioni e mezzo di lire con cui manda avanti la famiglia. «Finchè, un giorno, al più piccolo di loro venne sospettato un tumore, che però, fortunatamente, in seguito si scoprirà che non c’era. Di certo per me, quello fu un trauma tremendo» La sua testa, infatti, prende qualche sbandamento. E ciò che combina in questo periodo glielo racconteranno altri più avanti. «Mi riferirono che ero diventato irascibile e che dicevo e facevo cose senza senso. Presi psicofarmaci, che però non servirono. Trascurai la famiglia e il lavoro, tanto che fui licenziato nel ’93 perché non rendevo più». È però evidente che qualcosa non va. Perché qualsiasi sia lo shock, la reazione psicologica è abnorme e troppo prolungata nel tempo. Soprattutto in un uomo che, fino al 1990, non ha mai avuto alcun problema. E infatti, quando lo ricoverano infine in ospedale, i medici gli scoprono un’infezione cerebrale. Un’infezione drammatica, quasi letale, che ne ha compromesso irremediabilmente il cervello, tanto che scrivono che: “nel caso in cui il paziente vivrà, l’infezione potrà soltanto progredire”.

Una diagnosi senza scampo. «Ero in pratica destinato, in poco tempo, alla paralisi totale e alla demenza. Si rende conto?». Cinque mesi più tardi la commissione medica per l’accertamento delle invalidità conferma la diagnosi, sottolineando un “quadro di diffusa atrofia cerebrale”, e stabilendo la totale inabilità lavorativa, l’invalidità al 100% e la conseguente pensione. «Avevo 31 anni e nessuna prospettiva per il futuro. Aspettavo solo che la malattia degenerasse, di morire da un momento all’altro. Non chiesi nemmeno l’indennità di accompagnamento. Non m’importava più di niente. La mattina uscivo, prendevo il pullman, stavo in giro così, fino a tardi. Mi sentivo un peso in famiglia, perché ormai non potevo offrire loro più nulla. Così mi chiusi in me stesso e inevitabilmente la trascurai…». Tenta perfino il suicidio. E per buona sorte gli va male. Perché succede che presto comincia a stare meglio.

Tutti, in primis i medici, addebitano il fatto ai farmaci, che rallenterebbero la degenerazione dalla malattia. Ma lui, più il tempo passa, più ne dubita. Dato che non solo non è moribondo, ma nemmeno affaticato, manco zoppica. Anzi. «Sentendomi fisicamente meglio, io volevo tornare a lavorare. Volevo capire come riprendere in mano le redini della mia vita» su cui però vige la scure della totale “inabilità lavorativa”. «Ma doveva per forza esserci qualcosa che non andava nella diagnosi! Lo sanno tutti che le cellule del cervello non si riproducono, come potevo allora io essere migliorato se le mie erano atrofizzate?». Già, ma vai a farlo capire in un Paese dove scienza e burocrazia vanno a braccetto. Bisogna intraprendere una battaglia al contrario, dimostrare che stai addirittura bene a chi ti dà per spacciato, rendere indietro ciò che altri ritengono ti sia dovuto per diritto e dovere e chiedere di lavorare in un mondo in cui tutti sognano o pretendono vitalizi e spesso tramano per ottenerne di truffaldini: è una lotta coi mulini a vento. Di fatto, però, l’uomo che doveva finire in pochi mesi in carrozzina e morire come un vegetale, sei anni dopo la diagnosi infausta, si stanca. Basta consigli, basta pensieri di morte, basta ai dottori che scuotono la testa e dicono che prima o poi, volenti o nolenti, la malattia avrà la meglio. «Smisi di prendere farmaci e cominciai a cercare medici che mi analizzassero nuovamente e potessero cancellare quel referto, consentendomi di tornare ad una vita normale e al lavoro».

Così gira, s’informa. Ascolta, trova esperti. Chi allarga le braccia, chi gli dice di rassegnarsi. Viaggi lunghi e ripetuti. Ma alla fine, qualche medico scrupoloso se ne accorge. Certifica che in effetti la diagnosi su di lui fu “quantomeno allarmistica” e che “si trattò probabilmente di un episodio acuto di infezione”. Anche perché nel frattempo siamo arrivati al 2006: dal giorno della diagnosi atroce e fulminante che ha distrutto il suo lavoro e la sua quotidianità sono passati 13 anni. Lui si è ormai separato. E di anni ne ha 44, un po’ tardi per rientrare nel mondo del lavoro. Gli resta la prospettiva di campare a vita con i 1770 euro al mese concessi dall’Inps e con i vari ammortizzatori sociali di cui gli invalidi giustamente godono. Ma Balbo decide di mandare in tilt il sistema, perché la dignità non è una questione di soldi. C’è o non c’è. E alla sua non rinuncia. Così, caso più unico che raro in Italia, è lui a chiedere la revisione e a insistere perché gli venga revocata l’invalidità: e a novembre 2006 ci riesce e la restituisce. Torna finalmente a lavorare, tredici anni più tardi. Anche se non nell’azienda di un tempo, ovviamente. Ma qualsiasi occupazione gli va bene. Prima fa l’operatore del soccorso stradale, poi resta due anni come commesso in un panificio, guadagnando molto meno della sua vecchia pensione, ma «sentendomi finalmente vivo».

Però Balbo sa anche che il corso della sua vita è cambiato a causa di una diagnosi sbagliata: e denuncia l’ Asl, l’Inps e tutti i medici che ritiene gli abbiano devastato l’esistenza. L’esito? Così scrive il gip di Milano: «Appare altamente fondato ritenere che la commissione abbia errato nell’assegnazione della condizione di invalido, sul presupposto di una non corretta diagnosi medica. Indubbi sono i danni che ne ha patito l’opponente sia sotto il profilo morale che materiale, anche in proiezione, atteso che, dopo anni di inabilità la ricollocazione nel mondo del lavoro appare sicuramente più difficile. Tuttavia non vi sono elementi né sotto il profilo oggettivo, tantomeno sotto quello soggettivo per potere fondare l’azione penale».

Caso archiviato. Il legale di Balbo, Claudio Defilippi, esperto in revisioni processuali, dice: «Faremo una denuncia alla Corte dei Conti per danno erariale e inoltreremo una nuova denuncia penale. È di ogni evidenza che questo è un caso che somiglia molto ad un errore giudiziario, dove c’è un uomo cui, senza alcuna colpa, è stata cambiata la vita». Già. Ma non bastava: a settembre la crisi economica ha bussato alla sua porta. E Balbo, a 49 anni e 12 di contributi, è rimasto infine disoccupato. E lo è ormai da cinque mesi. Perché questo è il Paese dove vincono i furbi. Balbo non ha accettato di farlo e di incassare una pensione che non gli spettava. E il destino, in una perfida nemesi tutta italiana, non gliel’ha perdonata.

 

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