IMPRESE: 9 MESI ALL’ANNO SI LAVORA PER LO STATO

di ANGELO PELLICIOLI

Una recente  ricerca svolta dalla Confartigianato sugli adempimenti burocratici che attanagliano gli imprenditori è sfociata in un rapporto la cui lettura fa semplicemente inorridire. Ogni impresa impiega 36 giorni di lavoro (di otto ore lavorative), all’anno, solo per adempiere alle procedure burocratiche cui è sottoposta. Siamo secondi solo al Giappone che,  con le sue annuali 330 ore lavorative,  impiega non meno di 41 giorni. Ma siamo i primi per numero di adempimenti burocratici da assolvere: ben 15 procedure imposte contro le 14 del Giappone, le 12 della Germania, le 8 della Spagna, le 7 della Francia e via discorrendo.

Questo triste primato (si lavora più di un mese, gratis, solo per compilare carte, scartoffie ed ammennicoli vari, senza nulla produrre e quindi guadagnare) si affianca ad un altro dato non meno pesante per la nostra produzione di beni o servizi: quello di una tassazione principale  elevatissima (siamo i primi in Europa con il 45%). E se a questa si aggiungono le altre innumerevoli accise, gabelle e gabelline da cui siamo sommersi, la suddetta percentuale arriva a sfiorare il 68%. Il che sta a significare che ciascun imprenditore lavora, per oltre i due terzi dell’anno, in favore dello Stato.  Cioè lavora fino al 5 di settembre per “lorsignori” e solo dal giorno 6, di detto mese, incomincia a lavorare per il proprio, giusto e sacrosanto, tornaconto.

C’è poi da rimarcare che le suddette procedure burocratiche, il più delle volte sono standardizzate. Il che significa che la grande impresa e la piccola sono poste sullo stesso piano. Ora si provi ad immaginare quanto assorbano tali procedure (spesso del tutto inutili) in termini di risorse umane   e di costi per le aziende  e ci vuol poco a capire come vengano colpite, molto di più, le realtà economiche medio piccole rispetto a quelle più grosse. Queste ultime, infatti, anche in considerazione delle risorse di personale interno e qualificato di cui dispongono, riescono quasi sempre a farvi fronte direttamente; al contrario delle piccole imprese. Le quali, invece, devono rivolgersi, nella quasi totalità dei casi, a consulenti esterni, subendo in tal modo un doppio disagio: di tempo e di costi.

Considerando che la maggior parte del tessuto produttivo e di servizi nel nostro paese è costituito da medio piccole aziende (piccola industria, artigianato, commercio e servizi) ci vuol poco a capire che, perdurando tale stato di cose, la ripresa agognata ed il conseguente innalzamento del P.I.L., divengano veramente pure congetture. E nulla più. Si pensi solo all’infinità di incombenze che abbiamo subito, per anni, a causa della famigerata legge sulla privacy. La quale, dopo innumerevoli sollecitazioni,  è stata  solo recentemente alleggerita, nella quasi sua totalità, ridimensionandola ad una semplice autocertificazione; salvo casi particolari di trattamento di dati informatici e significativi. Così doveva essere fin dall’inizio, ma, purtroppo, ciò non è avvenuto.

Non dimentichiamo poi che, per sovrintendere l’applicazione di tale aberrante norma, è stata a suo tempo creata l’ennesima cosiddetta “autorità garante”. La quale ci è costata (e ci costa tutt’oggi, milioni di euro l’anno). Poco importa che tale garanzia non abbia mai verificato a dovere,  per esempio, tutto il “battage” pubblicitario telefonico che ci assilla, quotidianamente, con telefonate o messaggini pubblicitari, tanto petulanti quanto importuni. Sarà pure un caso, ma quasi sempre il telefono squilla un minuto dopo che ci si è messi a tavola!  E che dire della norma sull’antiriciclaggio del danaro cosiddetto sporco. Per colpa di taluni furbastri che hanno sempre sguazzato, a loro piacimento, nei meandri della malavita o delle cosche, siamo stati tutti costretti ad effettuare, tramite banca, anche le operazioni pari o superiori a mille euro. Per contro le operazioni sospette, segnalate all’U.I.F., da parte dei professionisti obbligati a farlo, sono state, nell’ultimo anno, poco più di 200 su tutto il territorio nazionale. Anche qui, evidentemente, qualcosa non quadra.

Possibile che non si riesca a capire che per alleggerire il pesante fardello burocratico statale che ci opprime e ci prosciuga inutilmente occorra, prima ancora di procedere allo snellimento delle relative procedure, de-localizzare opportunamente i carrozzoni statali, trasmutandoli  in entità locali non solo più fluide ma, nel contempo, veramente dei reali problemi e fabbisogni dei cittadini? Così facendo si prenderebbero due piccioni con una fava.

Il Palazzo, però, avendo ancora troppi capoccioni da mantenere (a nostre esclusive spese),  non lo vuole ancora capire. Glielo spiegherà a dovere, quanto prima, la precaria realtà  economica e finanziaria nella quale ci siamo appena addentrati. Ci si può scommettere.

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