Ilva, sentenza storica. Ma non è ancora finita…

“Leggeremo con attenzione le motivazioni di questa sentenza che rappresenta una svolta storica sul piano giudiziario per la citta’ di Taranto, e non solo”. Lo sottolinea in una nota il procuratore di Taranto facente funzioni, Maurizio Carbone, in merito alla sentenza della Corte di Assise di Taranto del processo per il presunto disastro ambientale causato dall’ex Ilva. Sentenza che, osserva Carbone, “rappresenta un momento importante per la citta’ di Taranto. Si conclude la prima fase di una delicata e complessa vicenda giudiziaria che ha visto impegnata la Procura di Taranto per oltre 10 anni. Sono qui per esprimere grande apprezzamento per il lavoro svolto dai colleghi impegnati in questi anni”. “E’ stato – aggiunge il procuratore – un percorso giudiziario lungo e travagliato, una strada in salita e con tanti ostacoli, ma oggi possiamo esprimere la nostra soddisfazione per questo primo importante risultato”.

Carbone rivolge “un apprezzamento anche agli uffici giudiziari di Taranto per lo sforzo organizzativo realizzato per garantire la celebrazione di questo imponente processo, reso ancora piu’ gravoso e problematico dalla emergenza epidemiologica. La migliore dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che – conclude il procuratore facente funzioni – anche al sud siamo capaci di amministrare Giustizia, con professionalita’ e competenza, individuando le migliori soluzioni organizzative”.

La confisca dell’area a caldo dell’ex stabilimento Ilva, disposta ieri dalla Corte d’Assise di Taranto, potrà essere esecutiva solo dopo la pronuncia della Cassazione. Gli impianti continuano a essere pienamente operativi. Lo spiegano fonti vicine al dossier, con riferimento alla sentenza della Corte d’Assise di Taranto sul processo Ambiente svenduto relativo alla precedente gestione dell’acciaieria, negli anni in cui la proprietà del sito era della famiglia Riva.Le motivazioni della Corte saranno depositate fra 180 giorni.

Ai principali ‘fiduciari aziendali’, cioe’ un gruppo di persone non alle dipendenze dirette dell’Ilva che pero’ in fabbrica, secondo l’accusa, avrebbe costituito un ‘governo-ombra’ che prendeva ordini dalla famiglia Riva, la Corte d’Assise di Taranto ha inflitto 18 anni di reclusione ciascuno. E’ di 4 anni, rispetto ai 20 anni richiesti dai pubblici ministeri, la condanna rimediata dall’ex direttore e attuale dirigente di Acciaierie d’Italia Adolfo Buffo, mentre e’ stato assolto l’ex presidente di Ilva ed ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, per il quale era stata chiesta la condanna a 17 anni di carcere. Condanna a 11 anni e mezzo per l’ex capo area parchi Marco Andelmi, a 5 anni e mezzo l’avvocato Francesco Perli, legale dell’azienda. A vario titolo erano contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale doloso, all’avvelenamento di acque e sostanze alimentari, getto pericoloso di cose, omissione di cautele sui luoghi di lavoro, due omicidi colposi in relazione alla morte sul lavoro di due operai, concussione, abuso d’ufficio, falso ideologico e favoreggiamento.

La Corte d’Assise di Taranto ha invece condannato a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva, tra i 47 imputati (44 persone e tre societa’). Rispondono di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. La pubblica accusa aveva chiesto 28 anni per Fabio Riva e 25 anni per Nicola Riva.

 

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