Ilva, dilemma difficile: salvare l’economia o salvare la salute?

di GIORGIO CALABRESI

“Ho rispetto nei confronti della magistratura, preferisco non commentare”: così Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, dopo che il gip di Taranto Patrizia Todisco lo ha estromesso dall’incarico di custode giudiziario dell’acciaieria (per conflitto d’interessi) e ha de facto ordinato il congelamento degli impianti per il rischio ambientale. Contro la decisione del gip è insorto un muro di lavoratori, sindacati, partiti politici e governo (il premier Monti manderà a Taranto il 17 agosto tre ministri con l’incarico di fargli una relazione e l’eventuale chiusura dell’Ilva viene definita “un danno irreparabile” dal ministro per lo sviluppi economico Corrado passera). Ferrante da parte sua non commenta ma dice “Non dimentichiamo che siamo in una fase cautelare. Non c’è una sentenza. Non si uccide un’azienda mandando a casa migliaia di lavoratori”.

Sempre secondo Ferrante, il suo incarico come custode giudiziario (inizialmente deciso dal Tribunale del Riesame) aveva un senso perché “era un modo per mantenere un collegamento fra il lavoro svolto dagli altri custodi e l’attività della società”, che doveva risanare l’Ilva in base alle indicazioni dei periti e con “un pacchetto di iniziative condivise con governo e Regione”.

E il rischio ambientale, la diossina killer? “Le responsabilità ci sono state, ma riguardano il passato. Omissioni, anche da parte dell’Ilva, che ha comunicato male, si è mostrata litigiosa”. Ora serve “un clima più sereno” e il Riesame “ci aveva dato una prospettiva, utilizzare gli impianti per metterli in sicurezza”.

A una domanda su quando però gli impianti dell’Ilva potrebbero essere considerati non più tossici, Ferrante replica “Non so né quando né che costi abbia tutto ciò. Bisogna leggere la nuova autorizzazione ministeriale. Ma alcune emissioni sono state abbattute. Molto è stato già fatto e molto si può ancora fare”. Oggi, Ferrante incontrerà i sindacati perché l’ipotesi di chiusura degli impianti mette a rischio il lavoro di tutto gli operai dell’Ilva. “Sono agitati. Il momento è difficile ma l’ipotesi di licenziamento non rientra nel nostro orizzonte. Non ne abbiamo neanche parlato”.

Sulla sopravvivenza della grande industria di proprietà della famiglia Riva pendono però i risultati di indagine epidemiologica condotta dall’Istituto superiore di sanità secondo il quale nella zona di Taranto la diffusione dei tumori sarebbe superiore alla media nazionale del 15% e nel caso dei tumore al polmone addirittura del 30%. Dunque sul piatto della bilancia, volenti o nolenti si profila una terribile scelta fra queste due corna: continuare a far vivere l’economia siderurgica o continuare a morire di malasalute? Perché pare scontato che il risanamento dell’industria non sia compatibile con la prosecuzione contemporanea della produzione.

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