Il Tricolore, il 25 aprile e il referendum tradito

di Nicola Busin – Il 25 aprile e il Tricolore. Fra un po’ festeggeremo il 25 aprile. Per gli italiani questo giorno rappresenta la liberazione dal nazifascismo, un drammatico periodo storico che vide qualche anno prima lo stato italiano dichiarare guerra con il popolo del tempo acclamante. Anche nel caso della prima guerra mondiale fu l’Italia che dichiarò guerra pur se ora le guerre dichiarate appaiono sempre più una barbarie fine a se stessa. La seconda guerra mondiale vide l’Italia divisa in due con il re a la sua corte scappati da Roma per lasciare posto agli alleati che sarebbero stati sicuramente i vincitori.

Quindi festa della liberazione dalle tante atrocità compiute durante il fascismo contro la libertà delle persone, delle popolazioni. Ed è in questo contesto fondamentale della libertà che ora lo stato italiano appare carente in relazione al rispetto del referendum popolare del 22 ottobre 2017. Nel classico stile o tutti o nessuno dopo quel giorno di 30 mesi fa il governo ha solo perso tempo e cercato mille pretesti per non dare al popolo veneto ciò che ha chiesto in modo inequivocabile con il 98,1 % dei suffragi.

Per il popolo veneto il 25 aprile rappresenta la festa di San Marco, una ricorrenza tanto sentita che si perde nella notte dei tempi e che ha significati profondi nel cuore e nell’anima della popolazione. La rappresentazione iconografica di San Marco è il leone alato, per tanti secoli il simbolo della Serenissima Repubblica, la più longeva al mondo con i suoi 1.100 anni. La bandiera più bella del mondo con il leone che apre il libro in cui è scritto “Pax tibi Marce evangelista meus”: Pace a te …. ricorda la frase pronunciata, secondo una antichissima tradizione, da un angelo apparso a San Marco naufrago nelle lagune veneziane. Il legame a San Marco dei veneti è profondo e implica aspetti culturali, storici, sociali, economici. Come ha scritto Ferdinando Camon questa appartenenza ad una cultura che non è italiana fa considerare Roma come la capitale di uno stato nemico. Sta di fatto che gli immigrati che arrivano in cerca di lavoro per lo più dall’Est non diventano italiani, in realtà si “venetizzano”, preferiscono imparare la lingua veneta che è parlata a tutti i livelli da più del 70% della popolazione come prima lingua. E ancora Indro Montanelli a scrivere che “la civiltà veneta non fu mai italiana ma europea e cristiana”.

A questo punto le premesse per esporre la bandiera del leone alato ci sono tutte, simbolo di identità forte, di appartenenza ad una civiltà unica al mondo, tuttora viva, che ha fatto della libertà, del lavoro, dell’onestà, della solidarietà i suoi aspetti più significativi. Dall’altra abbiamo un tricolore nato con la repubblica Cisalpina voluta dal crudele Napoleone che distrusse con la sua arroganza ed un esercito sanguinario la Serenissima Repubblica, rubando tutte le ricchezze possibili ed un esempio luminoso è il grande quadro del Veronese “Le nozze di Cana” ancora adesso presente al Louvre di Parigi.

Quel tricolore che dal 1866 causò al popolo veneto lacrime e sventure costringendo la popolazione ad emigrare. Si riportano qui i dati dello studioso e storico Paride Vallarelli:
“Destano grande stupore, ad esempio, i numeri relativi al periodo 1876-1900 (in 25 anni furono ben 940.711 persone ad andarsene) e a quello successivo 1901- 1915 (in 15 anni e fino allo scoppio della Grande Guerra furono 882.082 i veneti a lasciare la propria terra). Ciò sottolinea chiaramente tutte le incognite e avversità cui il Veneto andò incontro nel periodo dell’annessione all’Italia e nei 40 anni successivi, senza contare, poi, quello che sarebbe accaduto con l’inizio del conflitto bellico che sconvolse l’Europa intera e che ebbe proprio tra i fiumi Piave e Isonzo alcune delle pagine più dolorose e sanguinose della storia patria… Le migrazioni venete continuarono anche durante il Ventennio fascista (famosa la bonifica dell’Agro Pontino per mano di tantissimi veneti) e ripresero subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Dal 1947 al 1960 altri 552.426 veneti lasciarono le loro case (anche a seguito della terribile alluvione del Polesine nel 1951) nuovamente verso Svizzera e Germania in Europa, e Brasile e Argentina nel Sud America. È stato spesso scritto che quella veneta fu una vera diaspora. Sempre secondo i numeri forniti dal MEI, infatti, dal 1876 al 2005 ben 3.212.919 persone hanno abbondonato il Veneto, anche se va ricordato che nel solo periodo 1876-1915 il numero di emigranti raggiunse addirittura l’impressionante cifra di 1.822.793 (quasi il 57% di tutti gli emigranti veneti). Si può concludere, perciò, affermando che quella che fu una volta la potente Serenissima Repubblica Veneta cadde in uno stato di profonda depressione con il suo passaggio sotto l’Austria prima e, soprattutto, sotto il Regno d’Italia poi. Tutto ciò in parte spiega le ragioni per cui il Veneto ancora oggi faccia fatica a trovare una propria collocazione compiuta all’interno dello stato italiano e quanto siano forti quelle dinamiche separatiste che lo vorrebbero nuovamente indipendente.”
Quel tricolore che rappresenta uno stato che ogni anno “preleva” 20 miliardi di euro (media degli ultimi anni) della ricchezza prodotta con tanto sacrificio, con tanta fatica, con tanta intelligenza e lavoro. Sono miliardi che non tornano più indietro, sono dati in solidarietà ma in realtà solo in parte vanno a finire a chi ne ha necessità: per lo più finiscono nel parassitismo malavitoso a cui lo stato in 160 anni non è riuscito a porre rimedio.

Quel tricolore che ai giorni nostri rappresenta uno stato che avrebbe voluto proibire la strategia della regione Veneto attuata per proteggere la popolazione dal coronavirus, strategia che poi è in realtà risultata vincente.
Quel tricolore che purtroppo rappresenta uno stato liberticida che dopo 30 mesi dal referendum del 22 ottobre 2017 non rispetta il volere di milioni di veneti che a gran voce hanno chiesto la loro autonomia prevista dalla Costituzione.

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