MONDIALISMO? NO, VIVREMO IN UN MONDO DI NAZIONI INDIPENDENTI

di STEFANO MAGNI

Pensiamo al futuro. Come vivremo fra un secolo? In tanti si azzardano a fare previsioni scientifiche. E così vediamo nei film, o leggiamo nei libri di fantascienza, di mirabolanti scoperte, dalle classiche astronavi in grado di viaggiare fra le galassie alle pastiglie che si sostituiscono al cibo, fino a previsioni più intelligenti su tecnologie mediche che modificheranno il Dna o strumenti della comunicazione che ci consentiranno di parlarci da mente a mente.

Ma a qualcuno viene in mente in quale tipo di Stato vivremo? E se ci sarà ancora uno Stato? La fantascienza classica prevede, quasi inevitabilmente, l’estinzione delle nazioni e la loro sostituzione con un unico governo mondiale. Non si sfuggirà al Leviatano? Lo ritroveremo ancora più grande?

Due futurologi interpellati dalla Bbc, al contrario, ritengono che lo Stato mondiale sia altamente improbabile. E che la tendenza dominante sia quella della frammentazione. Patrick Tucker, uno dei due studiosi, ad un lettore che chiedeva se fosse possibile uno sviluppo mondialista, ha risposto testuali parole: “Io credo che la tendenza sia nella direzione di più nazioni sovrane invece che meno. Nei prossimi decenni, grandi corporazioni o privati cittadini molto benestanti tenteranno di sperimentare tecnologie per il movimento terra per costruirsi le loro entità indipendenti in acque internazionali”.

Il primo trend, la moltiplicazione delle nazioni indipendenti, è sotto gli occhi di tutti. Da gennaio ad oggi, solo in Africa, ben tre entità (la Cirenaica e una repubblica dei Tubu in Libia, l’Azawad in Mali) hanno proclamato unilateralmente la loro indipendenza e sono in cerca di riconoscimento internazionale. Se allontaniamo un attimo lo sguardo ed esaminiamo l’ultimo ventennio (1991-2011) constatiamo che all’Onu sono state riconosciute e ammesse all’Assemblea Generale: Lettonia, Estonia, Lituania, Kirghizistan, Kazakistan, Armenia, Azerbaigian, Moldavia, Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Georgia (tutte repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica), Bosnia-Erzegovina (che proprio ieri ha festeggiato i suoi primi drammatici 20 anni), Croazia, Slovenia, Macedonia, Montenegro, Serbia (tutte nate dalla dissoluzione della Jugoslavia), Repubblica Ceca e Slovacchia (nate dalla scissione consensuale della Cecoslovacchia), Palau, Tonga, Eritrea, Timor Est e Sudan del Sud. Sono ben 25 nazioni ammesse all’Onu che, fino a 20 anni fa, non esistevano nemmeno. E non sono tutte. Altre nazioni, come il Kosovo, la Transdnistria, l’Abkasia, l’Ossezia, la Palestina e le nuove entità africane citate prima, hanno proclamato l’indipendenza e sono in attesa di un riconoscimento internazionale.

Chiunque può indovinare che la tendenza del mondo va verso la frammentazione, verso la nascita di piccole nazioni. Spesso talmente piccole da essere ritenute impensabili fino alla metà del secolo scorso, quando era ancora diffusa la certezza che uno Stato non sarebbe potuto sopravvivere senza una grande superficie, ricche materie prime e almeno uno sbocco sul mare. Queste convinzioni, ora ci appaiono molto antiquate. Le ha rese obsolete la nuova tecnologia, che permette a chiunque di comunicare con il resto del mondo in tempo reale. Ma soprattutto le ha rese obsolete la globalizzazione: non concepiamo più lo Stato come un ente autosufficiente, chiuso, tendenzialmente autarchico, ma come un fornitore di servizi, necessariamente in concorrenza con enti privati e pubblici stranieri, come ben sottolinea il sovrano di un micro-Stato, il principe Hans Adam II del Liechtenstein.

E allora si fa strada l’ipotesi del futuro. Del futuro come potrebbe realmente essere: la nazione privata, costruita in acque o territori internazionali. Le micro-nazioni esistono già, ma per ora sono poco più che simboliche. In Italia abbiamo il Principato di Seborga, nel mondo, di realtà simili, ne esistono sessantacinque. Si tratta di entità auto-proclamatesi indipendenti. Alcune sono così piccole da essere contenute in una piattaforma petrolifera, come Sealand, altre sono grandi quanto un quartiere di una città europea, come Christiania a Copenhagen e Uzhupis a Vilnius. Alcune (come l’ex progetto di Freedonia) voglio applicare alla lettera i dettami del libertarismo, altre nascono dalla mente malata di un aspirante tiranno. Molte nascono solo come atto di goliardia. Ma quel che importa è la tendenza: dagli anni ’70 ad oggi sono sempre di più. E presto o tardi ne vedremo nascere qualcuna seriamente, non appena la tecnologia permetterà la seria colonizzazione degli unici vasti spazi liberi dagli Stati nazionali: gli oceani.

 

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

IL "FAMILISMO AMORALE" E' UNA CONSEGUENZA DEL LEGHISMO

Articolo successivo

L’O.N.U. E Il PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI