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Il prof. Galli: Le ragioni dell’autonomia lombarda e veneta. Maroni e Zaia insieme per il fronte del residuo fiscale. Verso un nuovo modello di federalismo

gallidi STEFANO BRUNO GALLI – Di tanto in tanto si leva, nel dibattito pubblico, qualche voce favorevole alla soppressione delle regioni a statuto speciale. Quanti sostengono questa nefasta e stolta prospettiva per la verità non sanno che la specialità è irrevocabile, almeno per tre realtà: Valle d’Aosta, SudTirolo e Sicilia. Il perché è presto detto.

“Speciali perché lo dicono i trattati internazionali”

L’autonomia riconosciuta a queste tre realtà è all’origine vincolata – e tutelata – dagli armistizi successivi alla Seconda guerra mondiale. In un caso, quello del SudTirolo, è addirittura prevista da un accordo internazionale, il patto Degasperi-Gruber, poi recepito dal trattato di Pace di Parigi.

La Repubblica ha posto la Valle d’Aosta, il SudTirolo e la Sicilia, ai confini del federalismo rispetto allo Stato centrale per la semplice ragione che i costituenti si trovarono di fronte a tre regioni “speciali” prima della conclusione dei lavori dell’Assemblea costituente. Lo statuto siciliano risale al 15 maggio 1946, addirittura precede di un paio di settimane il referendum monarchia-repubblica e le elezioni dell’Assemblea costituente del 2 giugno. L’autonomia del SudTirolo fu siglata il 5 settembre 1946, mentre quella della Valle d’Aosta è del 7 settembre dello stesso anno.due italie

“Regioni Speciali nate prima della Repubblica”

La prova in qualche modo “storica” che l’autonomia della Valle d’Aosta, del SudTirolo e della Sicilia, preesiste rispetto alla nascita della Repubblica e all’adozione della costituzione repubblicana è data da una semplice constatazione. I lavori dell’Assemblea costituente si conclusero il 22 dicembre 1947, ma l’Assemblea venne riconvocata in seduta straordinaria il 26 febbraio 1948 per riconoscere e recepire l’autonomia speciale iscritta nei tre statuti. Alla radice della specialità vi è dunque un rapporto di tipo contrattuale e pattizio fra queste tre regioni e lo Stato centrale. Un rapporto fondato sul principio – teorizzato da Gianfranco Miglio – del contratto-scambio. L’adesione di Valle d’Aosta, SudTirolo e Sicilia, al processo di costruzione della Repubblica è avvenuta alla sola condizione che lo Stato riconoscesse la loro oggettiva diversità – etnica, culturale, storica, linguistica – attraverso la specialità.

“Cosa può contrattualizzare la Lombardia oggi?”

La domanda da porsi di fronte alla prospettiva di un referendum per l’autonomia della Lombardia è semplice: può – la Lombardia – “contrattualizzare”, cioè porre sul piano dottrinario del contratto-scambio, il suo rapporto con lo Stato centrale? Certo che sì. Risorse economiche in cambio di sovranità, vale a dire di una maggiore autonomia politica e amministrativa. Questi sono gli estremi del rapporto contrattuale e pattizio che si può costruire con lo Stato centrale.

“La graduatoria del residuo fiscale”

Nei fatti, la Lombardia è davvero una regione “speciale”. Basta guardare la graduatoria del residuo fiscale. Ogni anno la regione versa a Roma 54 miliardi di euro, a tanto ammonta infatti il residuo fiscale. Non solo, ma con la sua capacità economica e produttiva copre circa un quarto del Pil del Paese. E Moody’s, nota agenzia internazionale di rating, negli ultimi due anni ha detto che la Lombardia è assai più virtuosa dello Stato di Roma. E il Censis, la scorsa estate, ci ha rivelato che se tutte le regioni adottassero i criteri di erogazione dei servizi della Lombardia si risparmierebbero 74 miliardi di euro, che scendono a 23 se si guarda anche alla qualità dei servizi lombardi. La spesa pubblica pro capite per ogni abitante lombardo è di gran lunga inferiore a quella delle altre regioni. E il “Financial Times” un mese fa ha scritto che la Lombardia è al vertice europeo anche per quanto attiene agli investimenti esteri: è davvero molto attrattiva.federalismo

“Trattative fino ad ora senza successo”

Numerosi giuristi hanno celebrato, all’indomani dell’approvazione della riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001, il regionalismo differenziato previsto dall’articolo 116 terzo comma. Peccato che non sia mai stato concretamente realizzato. Alle regioni a statuto ordinario che hanno i conti in ordine, la Costituzione offre l’opportunità di chiedere al governo dei margini di maggiore autonomia. L’unica regione che ha provato a intavolare la trattativa è stata proprio la Lombardia, nel 2007. Ma senza successo.

“Referendum per rafforzare il negoziato”

Su questa esperienza storica si fonda il referendum che è stato approvato dal Consiglio regionale lombardo il 17 febbraio dell’anno scorso, a maggioranza assoluta (Lega, Lista Maroni, Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia, Pensionati e Movimento 5 stelle), come prevede lo statuto. Chi scrive ebbe l’onore di guidare il Gruppo di Lavoro che ha costruito la proposta referendaria e, quel giorno, di essere relatore in Aula. Il quesito, semplicemente, intende sondare l’orientamento del grande popolo lombardo per sapere se è favorevole a un’azione istituzionale forte verso il governo, nel solco della costituzionalità, per ottenere una maggiore autonomia politica e amministrativa della regione. In realtà serve a legittimare e rafforzare il ruolo del Presidente Maroni nel negoziato con il governo, che non ha impugnato il referendum davanti alla Corte costituzionale. Il consenso della gente è fondamentale per le azioni di rottura.miglio poltrona

 

“Decidere la data, opportunità senza precedenti”

Dopo la conclusione di Expo sono partite le trattative con il ministero degli Interni per l’individuazione della data del referendum. Negato l’abbinamento con il referendum sulle trivelle, ma anche con il primo e con il secondo turno delle amministrative (che avrebbe fatto risparmiare regione) e pure con il referendum costituzionale, l’ipotesi più ragionevole è quella di convocarlo tra la fine di settembre e i primi di ottobre. E qui il discorso si fa interessante perché anche il Veneto è impegnato in un analogo percorso referendario per l’autonomia della regione.

“La proposta: Lombardia e Veneto insieme a referendum”

Lombardia e Veneto potrebbero celebrare insieme l’iniziativa referendaria, nella stessa data: avrebbe il senso di ricomporre gli strappi della storia. Nel 2006 furono le uniche due regioni che approvarono il referendum sulla “devolution”. E ora rispondono compatte chiedendo al governo maggiore autonomia, di fronte a un’orrenda – anche sotto il profilo puramente tecnico – riforma costituzionale che ricentralizza tutto, inserisce un’assurda “clausola di supremazia” e riduce l’istituto regionale a un semplice ente amministrativo, revocando la più larga parte dei suoi poteri legislativi.zaia maroni

 

“Maroni e Zaia conducano insieme le trattative”

All’indomani del referendum, anche le trattative con il governo dovrebbero essere intavolate e condotte insieme da Lombardia e Veneto. Maroni e Zaia – che rappresentano circa 75 miliardi di euro di residuo fiscale! – contro Renzi. La forza contrattuale sarebbe sicuramente maggiore. E maggiore sarebbe la possibilità di spuntarla.

 

“Lombardia e Veneto facciano nascere il fronte del residuo fiscale”

Non solo. L’alleanza Maroni-Zaia, cioè Lombardia-Veneto (stessa data del referendum e trattative con il governo insieme) potrebbe configurarsi come il nucleo originario di un futuro “fronte” del residuo fiscale. Basta prendere la graduatoria del residuo, infatti, e verificare quali sono le regioni che possono porre su un piano contrattuale il loro rapporto con lo Stato di Roma. Non c’è davvero nessuna controindicazione che a queste regioni venga riconosciuta una vera e propria specialità, tale da porle ai confini del federalismo, sullo stesso piano degli autonomismi storici.Roberto Maroni a Bergamo

Sarebbe questo il progetto di un federalismo a geometria variabile concreto, realizzabile e praticabile. Un federalismo dal quale ci guadagnerebbero tutti. Le autonomie storiche sarebbero affiancate da queste nuove autonomie speciali: chi mai oserebbe metterne in discussione la sopravvivenza? Le regioni del fronte del residuo fiscale conquisterebbero maggiori – e strameritati – margini di autonomia politica e amministrativa. Infine, nel rapporto con le nuove specialità, si potrebbe lavorare sulla riduzione del residuo in cambio dell’attribuzione in via esclusiva di tutte le competenze concorrenti e dell’assolvimento di servizi oggi garantiti dallo Stato centrale: minore spesa in uscita e più qualità nei servizi erogati, a beneficio della collettività. Perché le regioni con un consistente residuo fiscale sono assai più virtuose dello Stato di Roma.

 

“Chi vuole l’autonomia deve essere virtuoso”

Mentre le altre regioni, quelle che – come un’idrovora – sono mantenute e succhiano risorse allo Stato centrale, rimarrebbero nell’attuale condizione di dipendenza e di subordinazione rispetto a Roma. Condizione rafforzata – ma solo per loro – dalla riforma costituzionale. Se intendono guadagnare una maggiore autonomia politica e amministrativa devono diventare virtuose. È ora che in questo Paese si adottino dei criteri premiali, basati sulla competizione fra la virtuosità dei territori. Competizione che è l’essenza del federalismo.

 

Prof. Stefano Bruno Galli – Professore aggregato nell’Università degli Studi di Milano, insegna Storia delle Dottrine Politiche e Teorie e storia della democrazia nella Facoltà di Scienze Politiche. Capogruppo Lista Maroni Regione Lombardia, relatore legge referendaria

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