Il Nord ha bisogno dell’articolo 18? Dove c’è autonomia, c’è lavoro

di BENEDETTA BAIOCCHItrentino

L’ennesimo calcolo sui disoccupati dice che i giovani senza lavoro, indipendentemente dall’articolo 18, dai sindacati, e dalle promesse elettorali, è salito al 44,2 per cento. Di fatto, la metà di un paese, del suo futuro, non sa che fare della propria vita. Non c’è lavoro. Il Cnel ieri ha aggiunto che “L’ipotesi di una discesa del tasso di disoccupazione ai livelli ‘pre-crisi’, ovvero intorno al 7%, sembra irrealizzabile perché richiederebbe la creazione da qui al 2020 di quasi 2 milioni di posti di lavoro, ovvero un incremento medio annuo dell’occupazione pari all’1,1 per cento”. Il Rapporto 2013-2014 sul mercato del lavoro dice anche che “un simile incremento potrebbe essere conseguito soltanto se si manifestasse una forte discontinuità nella crescita dell’economia italiana”. Nel rapporto si precisa inoltre che “perché il tasso di disoccupazione non aumenti ulteriormente è comunque necessario un incremento dell’occupazione da qui al 2020 di 582 mila posti di lavoro, pari allo 0,4 per cento in media all’anno”. “Tale tasso di crescita dell’occupazione – scrive ancora il Cnel – non appare eccessivamente elevato, è dunque plausibile in uno scenario di interruzione della recessione”.

D’accordo, lo scenario è da taglio delle vene. E quindi? Oggi la società e i partiti sono divisi in due schieramenti, tra chi difende e chi non difende più l’intangibilità dell’articolo 18. Il problema della disoccupazione sta proprio nel fatto che le imprese, non avendo le mani libere per licenziare, non investono? Sta qui il punto? La zavorra è la rigidità?

Tutti, purtroppo, limitano il dibattito alla flessibilità del mercato del lavoro.

Non basterebbe però guardare ad una regione dove la disoccupazione è nulla o quasi, come il SudTirol o, per dirla all’italiana, il Trentino Alto Adige, e fare un banale quanto matematico due più due: dove c’è autonomia, dove c’è maggiore indipendenza, economica, da Roma, il lavoro c’è, il lavoro gira?

Non si può disgiungere il dibattito sull’articolo 18 dalla giustizia sociale che nasce dalla piena autonomia di un territorio. Dove tira aria di libertà, trovare lavoro non è una chimera. Dove c’è troppo Stato, c’è troppa disoccupazione. E’ lo Stato che non va più reintegrato, è l’apparato burocratico che mercato del lavoro che va indennizzato con un sano calcio nel di dietro.
E infatti il rapporto Cnel ci dice anche che  “Ampie fasce della popolazione stanno subendo un arretramento del proprio stile di vita. Sta aumentando la parte della popolazione che sperimenta condizioni di povertà”. La soglia di povertà, precisa il rapporto su dati Istat 2011, sotto la quale i lavoratori sono considerati ‘working poor’ risulta pari a 6,9 euro l’ora, corrispettivo che interessa complessivamente oltre 2 milioni 640 mila occupati dipendenti, pari all’11,7% degli occupati dipendenti, e a 353 mila persone in più rispetto al 2008 (+15%). Considerando la remunerazione netta tale quota sale al 14,9%. “Se tradizionalmente le difficoltà erano associate prevalentemente allo stato di disoccupato, adesso anche fra gli occupati sono frequenti i casi di privazione materiale derivanti da condizioni di sottoccupazione o di precarietà del lavoro”, precisa il Cnel. Tra i lavoratori autonomi senza dipendenti, invece, la quota di lavoratori poveri risulta pari al 15,9% (circa 756 mila lavoratori).

La risposta è solo cambiare lo statuto dei lavoratori o ribaltare la Costituzione, visto che questo non è un paese fondato sul lavoro ma sulla negazione dei diritti dell’uomo?

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo precedente

Cristiani senza palle, non c'è altro da dire

Articolo successivo

A proposito di Magdi Allam, processato dall'Ordine. Ma lui non si era sbattezzato?